Lingua da difendere

"Davvero intraducibili sono le peculiarità d'ogni lingua; giacché, dalla parola più elevata fino alla più umile, tutto si riferisce a ciò ch'è tipico della nazione, sia per il carattere come per i sentimenti e le condizioni di vita". Così scrive Johann Wolfgang Goethe, riflettendo sullo spessore multiforme e multanime di una lingua.

Apprendere un linguaggio non significa apprendere solo parole e strutture idiomatiche perché queste parole e queste strutture nascono sempre, e direttamente, da una cultura, da una storia e anche da un'ethos specifico. Da questo punto di vista una lingua, come aveva ben compreso Goethe, costituisce sempre un "mondo" e il piano di obiettività relativa che essa istituisce, onde rendere possibile la comunicazione, rappresenta il frutto, assai complesso, di un popolo, della sua storia e della sua intera cultura. Queste riflessioni, che apparivano scontate e ineludibili per un pensatore come Goethe, oggi sono invece pressoché misconosciute e spesso anche apertamente derise. Questo avviene anche in Italia, in un momento in cui l'uso della lingua italiana subisce molteplici storture e deformazioni che, spesso e volentieri, non vengono neppure percepite come tali. Con il che non mi sto riferendo tanto ai politici che non sanno più usare il condizionale (e che anche sull'uso dell'italiano corretto spesso mostrano molte incertezze), ma mi riferisco ad un fenomeno molto più diffuso e preoccupante concernenre il mondo della scuola. Sempre più spesso un numero sempre maggiore di studenti, che pure conseguono una qualche "maturità", non sono infatti in grado di usare correttamente la lingua italiana. Al punto che in molte facoltà umanistiche si è costretti ad istituire, al primo anno, dei corsi di italiano non per studenti stranieri, bensì per studenti italiani... Né questi corsi sanano queste lacune, come si può vedere all'atto della stesura di una tesi triennale. Spesso e volentieri gli studenti non sanno infatti scrivere in modo corretto e quando si devono cimentare nella scrittura di una tesi di laurea il docente si trova di fronte ad una scelta drammatica. O interviene sistematicamente e correggere, riga per riga, il testo della tesi (ma che senso ha mai questa riscrittura complessiva?) oppure abbandona il suo studente alla sua incapacità e non gli consente di laurearsi. Di fronte a questa scelta drammatica molti seguono tuttavia una terza strada: non leggono gli elaborati dei laureandi che, in tal modo, costituiranno dei documenti, a futura memoria, del degrado complessivo degli studi della nostra epoca. Ci si chiederà: ma ministri, burocrati ministeriali e i vari dirigenti scolastici (per non parlare degli insegnanti che convivono quotidianamente con questo fenomeno) che fanno? In genere adottano tutti la strategia degli struzzi: rifiutano di vedere un problema che segnala il fallimento complessivo di un preciso processo di formazione elementare, quello, appunto, attinente l'uso corretto della lingua italiana. Né basta: mentre la situazione della conoscenza diffusa dell'italiano è socialmente sempre più drammatica non mancano atenei che annunciano, con squilli di tromba (anche mass-mediatica!), che presto inizieranno a svolgere le lezioni in un'altra lingua, l'inglese. A parte alcune ovvie domande che si potrebbero sollevare di fronte a tale scelta, molto alla moda, tuttavia sarebbe meglio chiedersi - con Goethe - se una tale volontà sia veramente la più valida ed efficace per salvaguardare quella cultura, quella storia e quell'ethos che sempre contraddistingue una determinata tradizione linguistica. Studiare in inglese, abbandonando l'italiano, costituisce veramente una mossa intelligente, strategica e di lungo periodo, onde salvaguardare il nostro patrimonio culturale che ha contribuito a qualificare, nel bene come nel male, la nostra storia e la nostra civiltà? Il filosofo Karl Popper sosteneva di preferire l'inglese (rinunciando al tedesco, sua lingua madre) perché il mondo corrisponderebbe alle strutture linguistiche dell'inglese. Ma questa battura è fuorviante, giacché ogni linguaggio (inglese compreso) costituisce sempre, storicamente, uno specifico piano di obiettività linguistica entro il quale ogni tradizione esprime la propria cultura e la propria storia. Non è forse per questo che la lingua materna è da sempre considerata come la più "naturale" (anche se è artificiale come tutte le altre)?

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di Fabio Minazzi - Ordinario di Filosofia teoretica Università dell'Insubria [ 23 febbraio 2012 ]