I libri "sbagliati"

Il palpabile imbarazzo con cui il sindaco di Sesto Calende Marco Colombo ha cercato di giustificare, l'altra sera a L'infedele di Gad Lerner, il suo tentativo di eliminare un libro dalla biblioteca cittadina poiché - a suo dire - "è pieno di pregiudizi" contro il suo partito, potrebbe essere derubricato a semplice gaffe.

L'idea, poi, di farlo prendere a rotazione dai militanti per impedire che altri lo leggano potrebbe apparire un "episodio buffo", come ha affermato l'autrice del libro in questione (Lynda Dematteo, L'idiota in politica. Antropologia della Lega Nord), forse per abbassare i toni di una polemica che, comunque, è rimbalzata sui quotidiani nazionali e in televisione. Tuttavia, non è la prima volta che esponenti del mondo politico si scagliano contro la cultura e contro l'informazione. Anzi, dalla nascita della Seconda Repubblica, e dalla comparsa di una nuova classe dirigente, episodi simili si ripetono con una frequenza preoccupante. Ora, sappiamo tutti che non c'è governo al mondo che non tenti di influenzare i libri e i manuali scolastici: dieci anni fa, in Kansas, lo State Board of Education ha cercato di impedire che si studiassero i testi di Charles Darwin sull'evoluzionismo; poco dopo Vladimir Putin ne ha fatto scrivere e imposto alle scuole russe uno in cui Stalin è tutto sommato dipinto positivamente e Gorbaciov viene fatto a pezzi. E si potrebbe andare avanti a lungo: vi sono manuali palestinesi che non citano lo Stato di Israele e manuali giapponesi - voluti espressamente dall'ex premier Koizumi - da cui si ricava che il Giappone avrebbe in pratica vinto la Seconda guerra mondiale. Pochi esempi, per sottolineare come quanto accade in Italia non sia certo un'eccezione, se l'anno scorso in Veneto l'assessore regionale all'istruzione Elena Donazzan ha cercato di rimuovere dalle biblioteche i libri degli scrittori che avevano firmato un appello a lei non gradito (era in favore del terrorista Battisti). Nell'elenco comparivano, tra gli altri, Roberto Saviano, Daniel Pennac e Carlo Lucarelli, e l'assessore sosteneva che fossero diseducativi. E nello stesso periodo l'onorevole Gabriella Carlucci ha proposto una Commissione parlamentare di inchiesta contro alcuni libri di storia, indicando gli autori con nome e cognome. Ma non si tratta di Destra o di Sinistra, come non è questione di entrare nel merito del discutibile appello pro-Battisti o del volume criticato dal sindaco di Sesto Calende. Il libro può essere scientificamente affidabile, culturalmente indiscutibile o allo stesso modo debole nell'uso delle fonti e partigiano nell'interpretazione. Il punto è che in democrazia nessuno, e soprattutto la classe dirigente politica, può pensare di eliminare i libri che non gradisce dalle scuole e dalle biblioteche: come si potrebbe capire il marxismo se Il Capitale scomparisse dagli scaffali? Come interpretare il nazismo senza avere la possibilità di studiare il Mein Kampf, o il liberalismo senza aver compreso L'indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni di Adam Smith? Sembra un concetto ovvio, eppure questi atteggiamenti, come detto, si ripetono. Forse si tratta di intolleranza ideologica fuori tempo massimo. O forse - come ha già notato qualcuno - il tentativo di nascondere i libri è una palese manifestazione di una sorta di complesso culturale di parte della classe dirigente. Complesso che, certo non per caso, emerge con forza nei momenti di difficoltà, quando il Paese ha più bisogno di essere governato.

© Riproduzione riservata

di Antonio Maria Orecchia, Professore di Storia contemporanea Università degli Studi dell'Insubria [ 03 febbraio 2012 ]