Mani incriccate

Mani pulite, a che punto è la notte? A vent’anni dall’arresto del "mariuolo" della Baggina (17 febbraio di quel 1992 che fu un ’48) la domanda ci sta tutta e ci sta anche la risposta: non è cambiato nulla. Una grande lavatrice ha strizzato e centrifugato i panni della Prima Repubblica, ma non si sente profumo di bucato.

Partiti distrutti, carriere spezzate, anche qualche vita, grandi scandali e grandi giuramenti: mai più tangenti, la politica da ora in poi sarà candida come una colomba, la lezione servirà. Ma dove?
Al Pirellone si aspetta il Big Bang dopo una serie di scosse preventive; dal pozzo nero del San Raffaele, ospedale modello della regione più virtuosa d’Italia, sta uscendo un fiume di melma; a Sesto San Giovanni gli imprenditori dovevano pagare dazio a un sindaco rosso se volevano partecipare alla distribuzione della torta e a valle dei grandi affari si contano decine e decine di Mario Chiesa presi con le mani nel sacco. Lui se l’era messe nelle mutande per nascondere una mazzetta: ricordate?
È entrata nella storia quella bustarella da sette milioni di lire che diede la stura alla caduta degli dei. È ormai roba da tre colonne in cronaca il romanzo scritto quotidianamente da assessori, consiglieri, segretari di partito che per oliare una pratica chiedono una tariffa.
Dipende dal servizio, come nelle case chiuse dopo la guerra.
Scriviamo mentre va in scena la ciliegina sulla torta: uno della Margherita, che fa pensare al partito del m’ama non m’ama, ha fatto sparire tredici milioni di euro. Nessuna sapeva niente. Morale, si fa per dire: Mani Pulite è stata un fallimento.
Per i pubblici ministeri che hanno fatto la rivoluzione senza portarla a termine: ci sono state tante prescrizioni e poche condanne.
Per i giornalisti, inevitabilmente coinvolti nella strage, quasi mai degli innocenti, sia chiaro: i processi celebrati sulla carta anzichè in tribunale non sono un buon segno. Per tutti noi, infine, vittime di un cambio che non si è rivelato vantaggioso: diserbata una classe dirigente uscita dalla storia del Paese, ne è andata al potere un’altra improvvisata durante una conferenza stampa.
Abbiamo sacrificato Bettino Craxi per acclamare Silvio Berlusconi: a parità di scheletri nell’armadio, uno era uno statista.
Ma una cosa abbiamo imparato in questi venti anni, anzi due.
L’etica della politica non ha colore: non c’è una destra che ruba contraopposta a una sinistra che prega.
E se la democrazia è un supermercato che mette in bilancio, tra le varie ed eventuali, un prezzo da pagare al fornitore delle merci, il cliente non è senza peccato. Per un assessore che vende licenze, per un ministro proprietario di case a sua insaputa, ci sono là fuori personaggi interessati a comprare e a far regali. E magari a edulcorare il corrispettivo con optional di varia natura.
La prestazione sessuale ha avuto alto indice di gradimento nella Seconda repubblica. Abbattiamo, dunque, qualche luogo comune.
Il primo: se Roma è ladrona Milano, ieri da bere e oggi da vomitare, non è disposta a far da palo.
Il secondo: l’andazzo della corruzione alberga nelle stanze del potere, ma attorno al Palazzo non sono tutti stinchi di santo.
Infine il terzo: prendiamocela pure con la Casta, ma non perdiamo mai di vista la Cricca.

© Riproduzione riservata

di Gianni Spartà [ 07 febbraio 2012 ]