Crescere con Expo

Chissà se l'Expo, con le sue atmosfere universali, spingerà verso le contrade del Nordovest spirito di appartenenza a un territorio senza limiti e confini.

Chissà se vedendo per sei mesi il mondo chiuso in un villaggio, le classi dominanti - perché da loro può partire l'esempio - metabolizzeranno la logica del dialogo, sconfiggendo l'abitudine del divisionismo. Da queste parti abbiamo sott'occhio un pugno di città, Busto, Gallarate, Saronno, Varese, che guarda caso fanno corona al luogo in cui da dopodomani andrà in onda il più grande spettacolo di incontri internazionali. Quattro siti uguali per rilevanza economica, oltre che storica, contrari per attitudine al gioco di squadra. In vent'anni di partito quasi unico alle nostre latitudini, la politica doveva fare il miracolo di abbattere gli steccati. Invece le barriere si sono fortificate e davanti a temi epocali, come il decollo di un hub costato duemila miliardi di vecchie lire e il sacrificio di un inestimabile patrimonio naturalistico, è andato il onda il fallimento. S'è permesso a una compagnia di bandiera ridotta a scolapasta di boicottare il grande progetto con il risultato che Bernardo Caprotti, re dell'Esselunga, ha buon gioco a spedire nelle case dei lombardi il seguente messaggio: Malpensa è stata un flop, il vero hub va realizzato nel Nordest, tra Brescia e Venezia. La tesi è descritta in un libercolo infarcito di numeri e grafici. Altro risultato: i sindaci varesotti che negli anni '90 facevano gli uomini-sandwich chiusi dentro manifesti ostili al potenziamento del vecchio aeroporto, comunque già intercontinentale, oggi scendono in piazza paventandone il declassamento a scalo per i cargo. S'è capito, col senno di poi, che milioni di viaggiatori portano ricchezza da spargere come sana semenza sul territorio, le merci creano movimento usa e getta. Già il territorio. Un Expo che fino a ottobre farà delle nostre contrade un circo internazionale pare occasione propizia per capire il significato di questo termine, indipendentemente dal fatto che esso s'identifichi politicamente in una provincia, in una regione o in un'area metropolitana. Chi arriverà in Lombardia, vedendo i cartelli stradali con le scritte Varese, Busto, Gallarate e sapendo di non trovarsi in Toscana e in Umbria, difficilmente cercherà cattedrali e musei: ce ne sono ma non reggono il paragone con quelle di gran lunga più famose. Più facile che essi chiederanno dove costruisce i suoi elicotteri l'Agusta, ancora oggetto purtroppo di nefasta pubblicità giudiziaria, dove hanno la fabbrica i Missoni. E mentre questi marchi celebri nel mondo accenderanno la fantasia dei viandanti, nessuno penserà a un campanile di paese ma a un contesto produttivo di prim'ordine. A ciascuno i suoi eroi: ci sono luoghi che hanno cullato pittori e scultori nella luce di antiche botteghe medievali; qui hanno operato altri geni all'ombra di cupe ciminiere, comunque immerse in paesaggi incantevoli punteggiati di laghi e sormontati da cime bianche di neve. Bene, questa dimensione di omogeneità culturale sfugge a chi ce l'ha sotto gli occhi da decenni. Dilaga l'individualismo maligno, comanda la concorrenza miope, vince alla fine l'assenza di un fare comune. A Varese ci sono voluti 27 anni per laureare un ateneo pubblico; a Castellanza, negli stessi anni, ne è sorto uno privato con indirizzi analoghi. Nel capoluogo è una commedia nauseante la finta battaglia per un teatro stabile: a nessuno sovviene, in un impeto di localismo bieco, che il territorio possiede già strutture simili e che a Milano, con l'aria che tira, i teatri boccheggiano e chiudono. Poi non ci sono soldi per salvare un osservatorio astronomico e un centro meteorologico di rilevanza nazionale e per proseguire l'esperienza di eventi sportivi di portata mondiale. Che dire, se non farsi auguri sinceri: l'Expo universale ci affranchi definitivamente dal virus letale del provincialismo.

Gianni Spartà 14/mag/2015 09:38:24