Dal romanzo storico al processo

Finalmente i giudici, non solo i pubblici ministeri. Dopo trent’anni. Quando nessuno sperava più in un processo con un imputato vero. Quando Lidia Macchi, militante di CL uccisa con ventinove coltellate in una notte d’amore malato, da vittima di un orrendo femminicidio era diventata protagonista di un romanzo storico. Finalmente un’aula di giustizia, non lo studio di un talk show televisivo e nemmeno un laboratorio dei Ris, per chiudere con un verdetto la vicenda di sangue e di fede che dal 1987 connota Varese come la città del giallo dei gialli. Irrisolti.
Si comincia il 12 aprile, si finirà quando nessuno osa prevedere. Ne hanno parlato, in sei lustri, tutti i media nazionali, ma c’è stato un vuoto di 27 anni dal tentativo fallito di accusare un sacerdote, alla decisione della Procura generale di Milano di resuscitare l’inchiesta, arrestando colui che nessuno sapeva chi fosse fuori dell’entourage: un compagno di liceo di Lidia, anch’egli ciellino, un amico della sua famiglia.
Come si è arrivati a Stefano Binda, oggi cinquantenne, personaggio ombroso, grande studioso di filosofia e teologia, leader riconosciuto, ai tempi, secondo i capi del movimento di don Giussani, è risaputo. Ci si è arrivati da una lettera nota a tutti,  per essere stata pubblicata sui giornali e commentata in tv, tranne che a un’ex amica dell’imputato. Lei l’ha scoperta tre anni fa e ne ha indicato, sicura, l’autore: Stefano. In quello scritto, tra richiami biblici e licenze poetiche, ci sarebbe la descrizione del delitto da parte di chi l’aveva commesso. Punto. Da qui si sono snodate investigazioni, costose, che hanno interessato tutte le branche della moderna criminologia forense. E da qui prende avvio il processo nell’attesa che il concentrato di perizie partorisca in aula la prova regina: l’impronta genetica dell’assassino cercata nella terra di un parco, a Varese; nel luogo dell’omicidio, a Cittiglio; nei poveri resti di una salma tolta dalla tomba e finita sul marmo di un istituto di medicina legale; nella psiche di un ex promessa di CL tormentata dagli effetti dell’eroina e dalle tare di ossessioni religiose. “Intellettuale dannato”: così l’atto d’accusa del Gip Anna Giorgetti definisce Binda. Dalle tenaci indagini della pg Carmen Manfredda, ora  in pensione, spunta l’ultimo, controverso ritratto: tra i disturbi di Stefano anche una “doppia sessualità”. Se è stato lui, ha posseduto Lidia scaricandole addosso, insieme con la coltellate, gli effetti perversi del suo modo di relazionarsi con la donna. Una che conosceva bene. Una che è salita in auto con lui, quella fredda notte di gennaio,  fidandosene.
Inutile nascondere che al processo si arriva tardi e male. Perché c’è stato il trasloco dell’inchiesta dalla sede naturale, Varese, ai superiori uffici di Milano. Perché dal fatto è scaturito un procedimento disciplinare a carico del pubblico ministero Agostino Abate. Perché nemmeno i delitti del mostro di Firenze hanno avuto attorno un siffatto frastuono mediatico, a volte monodirezionale. Perché la parte civile e l’accusa hanno avuto larga audience, mentre hanno taciuto Stefano Binda e i suoi difensori: il silenzio dell’innocenza e della colpa? Perché gli indizi sono tanti, le prove no. E perché, infine, il dibattimento che comincerà mercoledì ridarà fiato alle trombe della comunicazione.
La sola garanzia di un giudizio giusto su un imputato da un anno e mezzo dietro le sbarre preventivamente (tutte respinte le istanze di scarcerazione. Inquinamento delle prove? Pericolo di fuga?), sarà l’autonomia della corte. La presiede Orazio Muscato, cui si riconosce fermezza e professionalità. Lo ricordiamo giudice di sorveglianza ai suoi esordi in magistratura, oggi, dopo esperienze altrove, è di nuovo a Varese dove lo aspetta un compito non facile per le considerazioni elencate sopra. Al suo fianco la collega Cristina Marzagalli e  sei giudici popolari. Sullo scranno dell’accusa siede la pg Gemma Gualdi che ha ereditato due carteggi colossali: quelli dell’inchiesta Uno condotta da Abate e dell’inchiesta Due di Carmen Manfredda, cui si deve, comunque vada, lo sforzo di chiudere la carriera disincagliando un caso di respiro nazionale e con immaginabili effetti collaterali: Lidia apparteneva a un movimento ecclesiale accreditato, l’avocazione di un fascicolo giudiziario ha sempre strascichi sgradevoli.
Varese per lunghe settimane sarà sotto i riflettori. Come lo fu, andando a memoria, in anni lontani quando qui fu processata Camilla Cederna per il libro sull’ex presidente della Repubblica Giovanni Leone.
In un angolo, nell’aula-bunker in cui si svolgerà il dibattimento, ci sarà la sola persona cui spetta il diritto di sapere, dopo tanto baccano: Paola, mamma di Lidia, donna straordinaria per temperamento e discrezione. Chi l’ha incontrata nei giorni scorsi l’ha trovata serena. La giustizia degli uomini è fallace. Lei non vuole la condanna di “un” colpevole ma “del” colpevole. Che nel suo cuore, dopo tanta sofferenza, sua e di suo marito Giorgio, da poco scomparso, avrebbe il coraggio di perdonare.

Gianni Spartà 09/apr/2017 10:15:52