Giornali, chiacchiere. E mostarda

C’era una volta un Paese  in cui erano più le persone che scrivevano di quelle che leggevano. Potrà sembrare strano ma era proprio così. Ognuno oltretutto convinto che il suo scritto, anche se aveva tanti lettori quanto quelli di un post-it sul frigo di casa della zia,  rappresentasse la verità assoluta, universale  e definitiva.

D’altro canto, da tempo immemore in quello Stato i governanti e i potenti, più o meno sempre gli stessi, si lamentavano costantemente con chi scriveva, fossero gazzettieri o  persone che mandavano lettere ai giornali o anche solo autori di racconti. Perché li accusavano di non dire la verità.  Quelli che stavano al governo criticavano gli scriventi accusandoli di remare contro le magnifiche iniziative prese a favore della comunità.

Quelli che, temporaneamente, giocavano il ruolo di oppositori si lamentavano che gli scriventi davano poco spazio alle loro proteste, anzi pretendevano che fossero proprio i giornali a far battaglie per favorire il loro ritorno in auge. Insomma un posto davvero strano e, diremmo noi,  da mondo delle fiabe.

In quel luogo, per quanto pochi, c’erano comunque dei cittadini che si limitavano a leggere, senza scrivere. Tra loro c’era Amilcare Adalberto Maria Pernallis, figlio del celeberrimo droghiere Fausto Luigi Eriberto Pernallis,  celebrato per le sue mostarde di frutta.  Di cui erano ghiotti sia coloro che sedevano sugli scranni del potere sia coloro che, temporaneamente, sedevano su  quelli dell’opposizione. 

Così la bottega dei Pernallis era il luogo ideale dove fare ed ascoltare gli ultimi pettegolezzi dell’attualità politica.  Amilcare Adalberto Maria che serviva prosciutto ad etti e mostarda a grammi, sognando intanto di fare un mestiere diverso, ascoltava in silenzio. E sentiva ad esempio il cav. Manfrone de Mantis  Laudano, noto per non pagare mai i propri debiti, lamentarsi con il banchiere Ludovico Purzolas Espinalis del fatto che le Gazzette locali dessero spazio e lustro al polemista Manfredo  De Crucibustis. 

Quest’ultimo, si diceva,  aveva denunciato pubblicamente certuni  maneggi poco chiari tra affaristi, tra cui lo stesso Manfrone,  e politicanti. Uscito il cav. Manfrone, che per inciso aveva acquistato 80 grammi di mostarda di pere facendola segnare sul chilometrico conto da saldare, il banchiere Purzolas salutò calorosamente il contrammiraglio De Rinaldi Barcola sussurrandogli "Certo che il Manfrone ha una bella faccia tosta, lo sanno tutti che De Crucibustis  è fin troppo moderato  nei suoi attacchi , anzi, dovrebbe essere assai più duro, ecchecaspita… il Manfrone solo con me ha debiti per centomila e più scudi…".

A sua volta Barcola appena Purzolas Espinalis ebbe lasciato il negozio disse a voce alta, affinché tutti lo sentissero "Parla bene lui… certo che se invece di fare credito  a gente così… certi banchieri finanziassero quelli che lavorano davvero… e onestamente…".

E così via, ogni giorno:  il Comandante in capo della Gran Municipalità si lamentava di non essere capito nel suo sforzo di rendere più morbide le panchine di legno e ferro dei giardini pubblici.  Il vicepresidente della Grande Opposizione Unita si lagnava del fatto che nessuno prendesse in giusta considerazione la sua battaglia per far reintrodurre i vespasiani con rastrelliera per parcheggiare i cani.  Chi si lamentava dei lamenti scritti nelle rubriche di posta, chi dei lamenti sui lamenti e così via.

Però tutti attribuivano alla scrittura un potere enorme. Ritenevano che le cose scritte avessero la capacità di condizionare l’esistente. Addirittura di mutare il volto delle cose. Una magia di cui peraltro non godevano  poiché erano così impegnati  a lamentarsi che non leggevano.  Affannandosi oltretutto  per cercare di chiudere la bocca agli altri.

"Non sanno  gli stolti che una critica, perfino se proviene da un cretino o da una persona prevenuta - diceva  il vecchio prof. Max von Boffa - vale più di cento  elogi falsi e bugiardi. Non sanno gli stolti – ripeteva ai suoi pochi allievi – che nel mondo c’è posto per tutti".

Venne quindi il giorno che, per scarsità di lettori, le edicole chiusero. E poco dopo  le gazzette smisero di uscire.  Nel premiato negozio di drogheria Pernallis piombò il silenzio. Nessuna polemica, nessuna malignità, nessuna lamentela. Una noia infinita: tutti a  parlare del clima troppo caldo o troppo freddo, delle stagioni, della gotta. Fu allora che A. A. M. Pernallis ebbe una  pensata: recuperò tutte le vecchie copie di giornali che gli fu possibile e cominciò ad avvolgerci il prosciutto e perfino la celebre mostarda (ovviamente dopo averli protetti prima in carta oleata). 

Fu così che quasi per miracolo tra i cittadini scoppiò  la curiosità e la voglia di  sapere,  anche i fatti del passato piuttosto di nulla, e quindi di leggere e commentare.  E tutti convennero sul fatto  che i giornali servono magnificamente ad avvolgere generi  vari, già il giorno dopo la loro uscita. Ma il giorno prima… sono portentosi  strumenti per tenere viva la fantasia, la voglia di fare  e anche per invogliare chi ama l’ombra a mostrarsi in piena luce.

Maurizio Lucchi 07/set/2017 10:32:12