Il destino della carta non è scritto

Colta al volo in una via del centro: “Cara, che cosa regali a tuo marito per i suoi 40 anni?”. Risposta prevedibile: l’ultimo iPhone. Risposta reale: “Un giradischi”. Perbacco. Ne esistono ancora? Pare di sì, per ora nascosti nei retrobottega, presto di nuovo in vetrina. Il cd ha vissuto una stagione ed è morto, ucciso dalla chiavetta Usb anche sulle auto. Il disco in vinile è rimasto vivo e vegeto e per ascoltarlo ci vuole un piatto girevole munito di un’asticella leggera che guida una puntina di metallo duro.
Ora, la “mostarda” con la quale il direttore di questo giornale ha condito, una settimana fa, una provocazione su chi legge in Italia (pochi, molti gratis) e su chi scrive (troppi, non sempre bene), ha generato un dibattito ben simboleggiato da quel siparietto tra le due amiche, una civettuola, l’altra ficcanaso. I media tradizionali (quotidiani di carta, riviste) esercitano lo stesso fascino del vecchio giradischi. Ne hanno perso parecchio nelle edicole, oltre che per il boom del web, per gli stravizi di anni di sciambola: quando è arrivata la crisi, chi aveva speso troppo nelle redazioni s’è trovato a corto di fiato. Ne conservano nell’immaginario collettivo, come dimostra in questi giorni la coda di visitatori nello stand di Prealpina alla Fiera di Varese. Tutti a lasciare pensierini su una grossa bobina di carta da stampa, 130 chili, e a seguire su un grande schermo la “diretta” della pagina di giornale che si materializza “senza fili”. Per le magie dell’elettronica titoli, foto e testi sbucano dal nulla e s’infilano negli spazi riservati. Come sono lontani i faticosi anni del piombo. Ma c’è chi profetizza nel 2027 l’uscita dell’ultima notizia stampata da una rotativa. Certo: quel che è accaduto nel mondo della comunicazione è paragonabile al prodigio di Marconi che lanciò un messaggio radio da una sponda all’altra dell’oceano. C’è una strada nel cuore di Londra alla quale bisognerebbe cambiare nome: da Fleet Street, la via dell’inchiostro perché vi si affacciano gli stabilimenti dei grandi giornali britannici, a Tweet Street, il rettilineo del cinguettio da 140 caratteri. Ma è già strisciante una sorta di pentitismo digitale e di reazione al potere seduttivo di internet. Ha scritto Andrew Sullivan, non un vecchio incapace di distinguere un tablet da un bicchiere, ma uno dei primi giornalisti tradizionali convertito ai social: “Voglio tornare a leggere lentamente, con cura. Voglio assorbire un libro difficile e ritirarmi nei miei pensieri”. E’ facile insomma che la bulimia da notizie prima o poi produca rigetto; che l’ammassarsi di flatulenze esistenziali nelle grande discarica della Rete senza controlli generi nausea; che a furia di ingurgitare fake news la gente prenda il metadone per disintossicarsi. Se ci pensate, internet non è un altrove, ma un punto d’osservazione diverso e comodo. E dopo ogni rivoluzione c’è un momento in cui si guarda indietro assestandosi su un compromesso.
Difesa (di parte, confessiamolo) dei giornali ora e sempre? Sì con qualche istruzione per l’uso: la moglie di Steve Jobs, patrimonio personale da 8,3 miliardi di dollari, ha appena comprato “The Atlantic”, rivista americana con 160 anni di storia. Carta. Jeff Bezos, fondatore di Amazon, ha speso 250 milioni per portarsi a casa il “Washington Post”. Carta. Chris Hughes, re in seconda di Facebook, ha acquistato il magazine di sinistra “The New Republic”. Carta. Che in versione giornali servirà pure ad avvolgere pomodori o mostarda, ma a una certa ora, dopo essere passata di mano in mano nelle edicole, pagando, nei bar e negli uffici, a scrocco. Come sui social.
Solo riflessioni di fine estate e qualche invito alla prudenza per chi celebra (o sogna) la fine dell’informazione stampata e assoggettata a certe regole professionali ed economiche. Calma ragazzi. O nella Silicon Valley sono diventati schizofrenici, pur avendo accumulato fortune con l’informatica, oppure, facendo incetta di testate, sanno interpretare la storia. La Sony commercializzò la prima fotocamera digitale nel 1981, la Kodak ha chiuso i battenti nel 2009. Tutti noi siamo dentro uno spazio liquido che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto sembra accorciarsi e poi improvvisamente si allunga. E’ la nostra epoca, bellezza. E tu non ci puoi fare niente.

Gianni Spartà 15/set/2017 09:29:33