Il rispetto e la paura

Ieri mattina, tra la gente in coda davanti alla cassa del supermercato.  Per ingannare l’attesa si chiacchiera e a tenere banco è naturalmente il dibattito sui profughi, i richiedenti asilo, i clandestini.  L’accordo è subito trovato ed è tranchant: «Bisogna chiudere le frontiere o sarà la fine».  In realtà qualcuno azzarda un «ma il discorso è più complesso», ma è costretto da una serie di occhiatacce a innestare la retromarcia, sommerso dal comune sentire. E ancora, qualche ora più tardi. Capannello davanti al benzinaio. Qualcuno è rientrato dalla stazione centrale di Milano e arringa la folla. Perché non solo non è riuscito a parcheggiare l’auto, per via di una serie di nuovi divieti che dovrebbero  proteggere la stazione, ma addirittura non ha potuto accompagnare la nonna al treno. Motivo? «I vigili mi hanno spiegato che si tratta di misure di sicurezza in seguito ai problemi legati alla presenza dei profughi». E monta la rabbia: «Nemmeno mia figlia che è disabile hanno lasciato passare per salutare sua nonna. Che fra l’altro, a più di settant’anni, si è dovuta arrangiare a portarsi le valigie.  Vogliamo essere accoglienti  con gli stranieri e umiliamo in questo modo i nostri anziani?». Ultimo esempio: ho affittato un appartamento a una famiglia rom. Brava gente, artisti, mai dato motivi per lamentarsi. Ma vicino a casa c’è una scuola. E i genitori, dopo aver visto uscire dal cancello una mia inquilina in abiti da zingara, preferiscono attraversare la strada. E raggiungere la scuola sull’altro lato della via.
Come stupirsi,  se poi Francesco Speroni  è riuscito a mettere  in scena in un supermercato un film che ha rischiato di perdere i toni della commedia,  e di essere  invece percepito come dramma collettivo?
La gente è stanca, sfibrata dalla crisi economica e dal fatto di aver visto frantumarsi sotto gli occhi  le certezze che avevano sostenuto padri e nonni.  La gente ha paura. Perché i ladri svaligiano giorno e notte le case. Perché in troppi ormai girano col coltello e perché sui treni  la gente viene aggredita senza motivo.   Perché si  sente gabbata dalle promesse di una politica da cui non si sente più rappresentata e che ogni giorno scopre mistificante e mistificatrice.
Un’alzata di scudi, quella contro l’emergenza profughi, che va considerata al di là delle provocazioni politiche.  Perché  poi quella stessa gente che chiede di rispedire in Africa i profughi,  organizza collette per aiutare le famiglie immigrate della porta accanto.  E ieri ha pianto abbracciando i genitori del piccolo rom di Legnano, morto sul pullman, partecipando alla sua prima gita al mare. La maggioranza della gente  non ha bisogno di cambiare cultura e mentalità. L’accoglienza, da noi, non è uno slogan, e non è nemmeno un concetto da imbandire sul tavolo della politica. L’accoglienza è la capacità di camminare fianco a fianco, ognuno con le sue differenze, ma nel rispetto di regole condivise, all’interno di una realtà sociale che sia in grado di garantire e difendere tutti.  Questo chiede la gente: non liste di proscrizione, né guerre sante. Ma un percorso, fatto di scelte politiche coraggiose,  di cui nessuno però si approfitti in nome di logiche che nulla hanno a che fare col rispetto per le persone umane.

Silvia De-Bernardi 19/giu/2015 11:16:57