Perché in Italia non si legge

Perché oggi non si legge? E perché in Italia si legge poco? Queste domande si ricollegano al problema sollevato dal nostro Direttore: perché i quotidiani sono sempre meno letti?

Per rispondere a questo problema si possono immaginare due risposte, che, pur essendo diverse, tuttavia sono, inevitabilmente, connesse.    La prima attribuisce alla diffusione dell’informatizzazione il sempre minore interesse delle nuove generazioni per la carta stampata. Come nell’Ottocento il motore a vapore ha progressivamente fatto scomparire i cavalli per i trasporti, così oggi l’informatica fa scomparire molti lavori, mentre crea nei giovani l’illusione di potersi informare leggendo poco più che i titoli dei pezzi.

In una società “liquida”, anche la lettura diviene qualcosa di “liquido”, di così “liquido” che, per i più, è del tutto evanescente. Inoltre la lettura richiede isolamento: per leggere devo sconnettermi da tutto ed entrare in uno spazio “lento”, mentre tutti noi siamo sempre più incalzati dalla fretta. Tutti corrono per guadagnare tempo (tempo è denaro), per poi, magari, annoiarsi nel tempo libero dal lavoro, oppure fare dei giochi di società per “ammazzare il tempo” guadagnato…

Una seconda risposta guarda, invece, alla storia di lungo periodo e ai suoi condizionamenti. Noi viviamo in un paese cattolico, ma si sa che pochissimi fedeli hanno letto i Vangeli. Come si spiega questo paradosso? Perché i fedeli conoscono del Vangelo quasi solo i passi letti a messa? Per rispondere a questa domanda occorre tener presente che in un passato non proprio remoto la stessa Chiesa cattolica non favoriva la lettura della Bibbia (peraltro per molti secoli disponibile solo in una versione non tradotta), al punto che alcuni libri biblici erano “proibiti” agli stessi sacerdoti: per leggere l’Ecclesiaste un sacerdote doveva così chiedere un’autorizzazione apposita.

Di contro, occorre tener presente come la grande riforma luterana si sia diffusa proprio grazie alla traduzione in volgare, ovvero in tedesco, della Bibbia, mentre Lutero ha trasformato la lettura diretta dei testi sacri in un momento irrinunciabile per tutti i fedeli. Di conseguenza, fin dai primi del Cinquecento, in Germania, si è diffusa l’esigenza di alfabetizzare tutti i fedeli, affinché potessero leggere da soli la “parola di Dio”. In Italia, invece, si è proceduto in senso opposto, impedendo, sostanzialmente, di leggere la Bibbia. Il che si è poi intrecciato con il diffuso analfabetismo, col risultato che da noi la pratica della fede era normalmente disgiunta dall’abitudine di leggere i testi sacri.

Del resto quante case di italiani, ancor oggi, sono drammaticamente prive di libri? Di contro chi ha viaggiato nel nord Europa avrà avuto modo di vedere come in quelle case siano spesso presenti più libri, proprio perché l’abitudine alla lettura è diffusa e radicata in una prassi che supera i cinque secoli. La storia non fa sconti a nessuno e così l’abitudine protestante a leggere, si scontra con un’opposta prassi disabituata a leggere che produce quell’ignoranza diffusa propria dei paesi del sud Europa (chi non ricorda il “Romolo e Remolo” di Berlusconi?).

Quando nel 1961 la Rai trasmetteva “Non è mai troppo tardi” l’Italia registrava più di cinque milioni di analfabeti (due milioni di uomini e tre milioni di donne). Oggi il 25% della popolazione italiana non ha ancora alcun titolo di studio, mentre uno studente su cinque non possiede il livello minimo di competenza per la comprensione di un testo giornalistico. Questi dati drammatici ci parlano di un abisso che la storia ci spiega, e che ora dovremmo colmare partendo dalle nostre scuole. Non certamente riducendo la loro durata, ma migliorandola nell’insegnamento dell’italiano.  

Fabio Minazzi 12/set/2017 12:52:09