Tartassati

Oggi l’agnello sacrificale entra in macelleria e ne esce decapitato. È il Tax Day, il giorno di Tasi, Imu e Irpef, ma non per tutti, al solito.

Come quando si vota, ed è appena successo quasi il cinquanta per cento degli italiani diserterà le urne dell’Agenzia delle entrate. I numeri sono piume e quindi vanno maneggiati con cautela. E tuttavia i contribuenti effettivi risultano 31 milioni. E l’altra metà? Tutti ladri?

Diciamo molti, che hanno un alibi, non individuale ma collettivo sì: la legittima difesa davanti a uno Stato che si accanisce contro la casa, tradizionale valore del ceto medio, e che s’appropria di metà dei guadagni di chi lavora. Il che non solo è ingiusto, è controproducente.
Se vogliamo dare ragione agli evasori continuiamo così: prosciugando le buste paga dei lavoratori e le retribuzioni differite dei pensionati; applicando sulle rendite finanziarie una patrimoniale a tradimento, due scippi silenziosi a giugno e a dicembre sotto forma di “bolli”; massacrando le categorie produttive con la ghigliottina tributaria e i lacci di una burocrazia ottusa e inutile; costringendo i proprietari di una casa avuta in eredità a regalarla allo Stato oppure a demolirla. Dal mattone al piccone: è successo.
Consultate Google alla voce “troppe tasse” e troverete tanti casi di straordinaria creatività nella disperazione.

L’Italia è quinta nella classifica della pressione fiscale, prima in quella dell’iniquità sociale perché scarica sugli onesti tutta la sua voracità. Già è discutibile che un ricco vero debba avere come socio a più del cinquanta per cento lo Stato con i suoi carrozzoni. Il fatto è che le aliquote sovietiche colpiscono sempre e inesorabilmente gli indifesi, cioè quelli della ritenuta alla fonte. Verrebbe voglia di dire gli onesti per necessità, i  virtuosi a loro insaputa. Eccola l’ingiustizia che diventa rabbia in una giornata come quella di ieri quando tra acconti e saldi sparisce uno stipendio.
Monti ha dovuto fare il chirurgo per non ritrovarsi becchino. E giù colpi di accetta sul welfare, sforbiciate sui redditi e proprietà. Berlusconi aveva giurato solennemente nel Quirinale televisivo di Bruno Vespa che avrebbe fissato due sole aliquote Irpef: 23 e 33 per cento. Col cavolo. 

Renzi si vanta d’aver messo le mani nelle tasche degli italiani solo per restituire denaro: 80 euro. I pizzaioli ringraziano per aver dovuto aggiungere qualche posto a tavola. E comunque meglio di niente. Non illudetevi della “flat tax”, la tassa uguale per tutti. Ha l’aria di una trovata propagandistica.
Domanda, dopo il pianto greco: siamo un Paese in braghe di tela? Assolutamente no. Nell’ultimo “ponte” ci volevano cinque ore per raggiungere la Liguria, il prezzo della benzina è stabile ma non risulta che la regalino. Le vendite di telefonini vanno a mille, le famiglie pagano un botto di Imu e Tasi perché evidentemente sono proprietari di più d’una casa.
Il fenomeno dell’evasione fiscale è vecchio e temiamo che sconti l’irredimibilità di un Paese ben rappresentato dai film di Alberto Sordi: per indole gli italiani sono geniali, generosi, ma anche furbetti e un po’ cialtroni.

“Le tasse? Sono le mogli dei tassi”, diceva spavaldo un cumenda animalista degli Anni ‘60. Aveva fatto i soldi e ne era fiero. Li aveva redistribuiti dando un lavoro e uno stipendio a tanti giovani  e a Natale c’era un bel fuori-busta per ciascuno dei suoi operai. Perché il “padrùn” avrebbe dovuto sentirsi in colpa.

Il “nero”, tollerato come oggi, aveva una sua logica sociale, i denari usciti dalla porta in termini di tributi non riscossi, rientravano dalla finestra sotto forma di nuove fabbriche, di occupazione, di crescita, parole che da un bel po’ non riusciamo più a declinare.
Le tasse continuano a essere le mogli dei tassi. Ma i matrimoni si celebrano alle Cayman.

Gianni Spartà 16/giu/2015 13:51:43