Theresa non ci vuole

In 82 pagine top secret la Gran Bretagna ha scritto che dal marzo del 2019 potrà fare a meno degli europei. E a noi, europei d’Italia che abbiamo appena celebrato il ventennale della morte di Diana e subito dopo appreso delle nausee mattutine di Kate Middleton incinta del terzo principino, non resta che ricominciare a studiare da immigrati. Come ai primi del Novecento. Come nel secondo Dopoguerra.

Il che significa più o meno: venire respinti alla frontiera con una smorfia di disgusto delle guardie, essere additati come sanguisughe del welfare nazionale e alla fine sentirsi addosso la puzza dei proverbiali ospiti che dopo tre giorni a casa nostra fanno concorrenza ai pesci.

Lo scoop dei giornalisti del Guardian, che mercoledì scorso hanno reso pubblico un documento riservato messo a punto in agosto dall’Home Office (il dicastero degli affari interni), non lascia spazio a ulteriori dubbi: il premier Theresa May non ci vuole.

Nella difficile trattativa con Bruxelles per garantire, fra due anni, l’impatto più morbido possibile della Brexit su scambi commerciali e libera circolazione degli europei il governo di Downing Street arriccia il naso sull’ingresso di camerieri, baristi, lavapiatti, addetti delle pulizie, parrucchieri e di tutti quei lavoratori stranieri «non qualificati» ai quali da sempre sul suolo britannico sono state date molteplici occasioni di riscatto da un futuro incerto.

Per gli studenti desiderosi di vivere esperienze di vita, prima di decidere che cosa fare da grandi, la Gran Bretagna era un mito: sapevano che, a differenza della clientelare Italia, oltre la Manica avrebbero trovato qualcuno disposto a dare loro un’opportunità di lavoro, di sicuro qualcuno pronto ad ascoltarli e a prenderli sul serio.

«Noi vogliamo attirare persone, non chiudere le porte in faccia», ha puntualizzato il ministro della Difesa Michael Fallon, confermando i contenuti del “piano segreto” rivelato dal quotidiano londinese e aggiungendo che «sull’immigrazione bisogna trovare un punto di equilibrio». Ma guarda un po’. E se lo stesso concetto fosse affermato, di rimando, dall’omologo ministro italiano Roberta Pinotti riferendosi ai 30mila britannici (dato ufficiale) residenti fra Lombardia, Lazio e Toscana e alle 860 partecipazioni inglesi presenti nelle aziende italiane?

È una questione d’orgoglio. Se Londra vuole divorziare dal resto d’Europa in maniera così poco consensuale ce ne faremo una ragione. Forse dovremmo abituarci a sfoggiarlo anche noi, l’orgoglio nazionale, magari cominciando a chiudere le frontiere ai Rolling Stones - in concerto a Lucca il 23 settembre - per sopraggiunti limiti di età. E a Sting che si dispera perché le sue api rischiano di morire a causa della siccità nella sua tenuta nel Chianti potremmo consigliare di trasferirle nello Yorkshire o sull’Isola di Wight.

Scherzi a parte (Mick Jagger e l’ex Police non ce ne vogliano), il muro social-burocratico che il governo May preannuncia di alzare subito dopo l’uscita definitiva dall’Ue prevista nel 2019 deve trasformarsi in un’occasione non per spargere piagnistei comunitari bensì per rivedere le regole di ingaggio di chi cerca un lavoro, soprattutto i giovani, all’interno dei propri confini nazionali.

A quel punto tornerebbero buone anche le incaute parole che pronunciò lo scorso anno il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, scatenando un vespaio: «Centomila giovani se ne sono andati dall’Italia? Non è che qui sono rimasti sessanta milioni di pistola...».

Poletti   aggiunse con convinzione: «È bene che i nostri giovani abbiano l’opportunità di andare in giro per l’Europa e per il mondo. Ma debbono avere anche la possibilità di tornare nel nostro Paese: dobbiamo offrire loro l’opportunità di esprimere qui capacità, competenza, saper fare».

Peccato che non ci creda nessuno. Tantomeno i giovani italiani d’oggi, ai quali non manca di certo il pragmatismo.

Così, nella speranza di ottenere maglie d’ingresso più larghe (stando al piano dell’Home Office l’immigrato europeo dovrà dimostrare di avere già un’offerta di lavoro e non potrà trattenersi più di 2 anni), non resta che prendere per la gola i sudditi di Sua Maestà con Prosecco, Parmigiano o Prosciutto San Daniele, tanto per citare una delle 800 prelibatezze nostrane. Ma anche qui sorge qualche dubbio: convincere il ministro degli Esteri Boris Johnson, l’ex giornalista ed ex sindaco conservatore di Londra che fu uno dei più decisi sostenitori della Brexit e che minacciò anche di bloccare le importazioni del vino italiano con le bollicine, spetterebbe all’omologo italiano Angelino Alfano. Un bel match.

Se la partita su immigrazione ed esportazioni dovesse andare male, consoliamoci restando a Varese: secondo il sindaco Davide Galimberti e i suoi assessori il nuovo (contestatissimo) Piano della sosta rende il capoluogo più vicino alle città europee. Un modo elegante, al di là delle velleità, per farci dimenticare che, all’ombra del Big Ben o del Sacro Monte, dobbiamo sempre pagare pegno.

Rosi Brandi 09/set/2017 15:34:01