Un Giro per amare l'Italia

Giro d’Italia numero cento: quante cartoline epiche da Varese. Luigi Ganna, il primo che lo vinse, era di Induno Olona; Alfredo Binda, il gigante di Cittiglio, venne pagato per non correrlo nel 1930, dopo quattro trionfi consecutivi. Si deve a costoro se i sette laghi sono entrati nella leggenda del ciclismo e hanno portato nelle case i paesaggi superbi che le telecamere della Rai riprendono dagli elicotteri quando c’è la Tre Valli.
Ne parleranno, da oggi, i bravi colleghi dello Sport. Qui si vuole riflettere, una volta tanto con plateale ottimismo, su ciò che rappresenta la secolare corsa rosa: non una gara, ma la storia e la geografia di un meraviglioso concentrato di arte e natura. Il ritornello dell’ultima canzone di Giorgio Gaber dice tutto: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna, purtroppo lo sono”. Alla faccia di quanti ci rimproverano di non aver mai cominciato e finito una guerra dalla stessa parte, siamo un Paese dall’inarrivabile profilo culturale. La medaglia ha il suo rovescio: destiamo rispetto per aver dato i natali a Leonardo e a Giotto, però abbiamo avuto i Borgia, la Santa Inquisizione, una dittatura infarcita di nazismo, centinaia di scandali, la mafia, la P2, i furbetti e i ladroni del quartierino. Gli stessi Papi non sempre hanno fatto i bravi.
Ma dobbiamo flagellarci fino a osannare la Svizzera che con i suoi 500 anni di pace, ordine e fratellanza ha esportato orologi a cucù e leggende di mele infilzate con una balestra? Senza offesa, i confronti vanno fatti fino in fondo. Girovagando nei giorni scorsi per piazze medievali e cattedrali gotiche del Centro Italia non riuscivamo a capacitarci di un dato: tutti i musei pubblici d’Italia messi in colonna come si fa con le somme algebriche, guadagnano meno del Louvre. Il fatto è inaccettabile per ragioni d’orgoglio: tre quarti dei visitatori del Louvre sono attratti da opere italiane. Ma c’è logica: un pugno di città d’arte come Firenze, Roma, Pompei, Parma, Milano, Lucca, Perugia fattura meno di una sola collezione a Parigi. Non sarà questione di costi (troppi), di ingressi gratuiti a capocchia? Salta all’occhio che nella Calabria dei Bronzi di Riace un pagante mantenga diciotto portoghesi)? Non sarà che il difetto sta nel manico. Temiamo di sì e lo teme anche chi parla di Bell’Italia senza navigatore. Non è vero che la cultura non dà pane, è vero che l’abbiamo sempre sacrificata ad altri problemi ritenuti più urgenti. Ma quali problemi? Davvero qualcuno si illude che il secondario industriale possa tornare a correre fino a recuperare lo svantaggio accumulato nel nuovo mondo globalizzato? Sia chiaro: i musei non devono rendere, la loro missione è di tutela. Ma nemmeno devono perdere. Se ciò accade è per la malattia che da anni corrode l’indotto economico e sociale dei nostri tesori. Americani, giapponesi, australiani continuano a venire in Italia perché una foto davanti al Colosseo o a piazza San Marco val bene una trasvolata atlantica. Ma siti archeologici in agonia, teatri pericolanti, musei dimenticati, residenze d’epoca e biblioteche in rovina dicono che il marketing culturale è una Cenerentola. Genera speranza il gesto di un capitano d’azienda che avendo fatto fortuna con le scarpe ha finanziato il restauro del Colosseo. Viva le Tod’s se servono anche a far camminare la nostra storia. E viva l’Italia se torna a fare l’Italia. Non è dissennata l’idea di vendere o affittare a privati con serie credenziali nostri monumenti altrimenti destinati a perire. Nessuno scandalo se lo Stato concedesse sconti sulle tasse a sponsor interessati a gestire l’utilizzo profittevole di una collezione, quando l’evasione fiscale ammonta a 120 miliardi di euro.
Certo, perderemmo la faccia se mettessimo sul mercato gli Uffizi o la Valle dei Templi. Ci darebbero dei talebani. Ma la ragionata privatizzazione di patrimoni con minore rilevanza simbolica fa bene al Pil.
Quanta strada nei mie sandali: godiamoci da oggi le fatiche di fachiri con le spalle ossute che ci aiuteranno a recuperare fiducia in quello che siamo stati e siamo. Dal Gennargentu all’Etna - quest’anno il Giro comincia dalle isole - siamo immersi nella grande bellezza e non ci facciamo caso.

Gianni Spartà 08/mag/2017 15:39:12