SCULTURA
Bregazzana, un elefante al cimitero
Alla scoperta dell’opera di Enrico Butti
Cosa ci fa la scultura di un elefante a Bregazzana? Se lo chiede chi passa da via Mondino, al confine col cimitero del borgo varesino dove la famiglia Magnani, nipoti di Angelo Poretti, fondatori del famoso birrificio situato nei paraggi, ha voluto proprio l’enorme mammifero per decorare la cappella di famiglia.
Si tratta di una scultura pregiata, forgiata da Enrico Butti, lo scultore viggiutese fra i più celebri artisti varesini a cavallo fra Ottocento e Novecento il quale, fra l’altro, è l’autore dell’Alberto da Giussano, oggi simbolo della Lega. E del monumento di Giuseppe Verdi che domina piazza Buonarroti a Milano.
Tornando a Bregazzana, d’ora in poi chiunque potrà conoscere meglio l’elefante delle Prealpi: ieri, infatti, gli Amici di Bregazzana e la Cooperativa di consumo del luogo hanno inaugurato, assieme al Comune, la targa che racconta la sua storia. Inoltre, dopo decenni, è stata aperta al pubblico anche la cappella della famiglia Magnani che è stata pulita all’interno per l’occasione. Presenti anche il sindaco Davide Galimberti, l’assessore comunale ai quartieri Francesca Strazzi e poi Renata Castelli, curatrice del Museo Butti di Viggiù, il sindaco viggiutese Emanuela Quintiglio, oltre a Daniela Penazzi, coordinatrice del consiglio di quartiere 1.
«Con questa targa descrittiva - ha detto Nazzareno Minin, fondatore degli Amici di Bregazzana - chiunque si rechi qui può finalmente conoscere la storia e le curiosità sulla scultura».
Il protagonista della giornata è stato chiaramente il monumento con l’elefante trapiantato nella terra dei laghi, datato 1919. L’opera mastodontica è nota come «Pagoda indiana» e consiste in una costruzione esotica in pietra di Viggiù, sostenuta o attraversata, a seconda di come lo si voglia vedere, da un elefante in bronzo e sovrastata da una cuspide in bronzo e vetro. Essa rappresenta un elefante che sostiene una pagoda, il cui bozzetto originale in gesso è visitabile ai Musei civici viggiutesi: l’animale, però, potrebbe anche aver «attraversato» la pagoda, come dimostrerebbero quei frammenti di bambù che appaiono tra i fianchi dell’animale e le pareti della pagoda, travolti assieme alla costruzione; come se l’animale si riappropriasse del territorio usurpato dall’uomo. Oppure, forse, committente ed esecutore sono stati semplicemente affascinati da una terra lontana e dai racconti degli splendori più o meno veritieri del colonialismo britannico.
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