ADDIO A UMBERTO BOSSI
È tramontato ma è stato il sole
L’esordio, la malattia, una radiolina e la Prealpina
Carlo Brazzi: per ricordare Umberto Bossi debbo citare un caporedattore dell'Ansa, capo della redazione milanese della principale agenzia italiana. Fu lui a dirmi: «A Varese si muove qualcosa nella politica Italiana. Bisogna seguirlo». Aveva ragione. Io masticai amaro. Serate e notti in giro per la Lombardia. E non solo. Piccoli comuni il cui nome fino ad allora mi era stato ignoto. Comizi davanti a qualche decina di persone. Era l'esordio. Poi la marea. Il successo elettorale e politico. Di un uomo che intuì il malessere del Paese. Non solo del Nord.
Un uomo capace di creare dal nulla un Movimento in grado di avviare una rivoluzione. Dapprima temuta. Poi blandita.
Umberto Bossi è stato un politico astuto. Abile. Come cronista politico debbo dire che, per quel che mi riguarda, fu un uomo leale. Certo sapeva come usare i media. Per i suoi scopi. Ma, dopo qualche asprezza iniziale, ci riconoscemmo come persone di parola e fu così per sempre. Io chiedevo e lui rispondeva. Non mi utilizzò mai e io fui leale con lui. Mi concesse, grazie alla intercessione di sua moglie Manuela Marrone e di Giancarlo Giorgetti, la sua prima intervista dopo la malattia, un ictus che segnò la sua fine politica nel marzo 2004. Di quell'incontro, in Svizzera a Brissago, ricordo la sua umanità: «Ho mosso le montagne - mi disse - ora debbo dare una risposta a quelli che mi hanno dato fiducia». In qualche modo lo fece.
E la prima volta che parlò, dopo la malattia, alla sua radio, Radio Padania (già Radio Varese) ci furono centri di ascolto in tutta la provincia. Un salto indietro nel tempo. Di decenni. Non televisione, non web. Radio, la sua voce tremolante. E l'Ansa, riportò la notizia che a Ganna, in un cortile, si erano riunite decine di persone, attorno ad una radio a transistor, in una vecchia corte per sentire le sue parole.
Ecco. Al di là di acute analisi politiche, di precise ricostruzioni storiche, di dotte disquisizioni, quello era Bossi. Uno che sapeva muovere il cuore delle persone. Era sua forza. Ho seguito decine di comizi e ho visto lacrime, emozioni, devozione. In tempi in cui già la politica lasciava ormai scettici. Questo, veramente, è un ricordo non politico. Umano.
E quando fui direttore di questo quotidiano lui venne in visita in redazione. E disse: «Questo è il giornale della mia terra. Il giornale che ho sempre letto. Il primo, ogni mattina». Lui fu nazionale e locale. Una intuizione non da poco. Comunque la si pensi. Bossi è stato un sole politico. Con tutti i suoi limiti e difetti umani. Oggi è tramontato. Ma è stato un sole.
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