L’INTERVISTA
Il bianco e il nero, chiarezza dell’anima
Intervista al maestro Marcello Morandini
È una strana giornata di maggio. Ha appena piovuto e la luce del sole va e viene tra le nuvole. Sembra che anche i colori del cielo vogliano omaggiare il Maestro del bianco e nero. Varcare la soglia della Fondazione Marcello Morandini, nel centro di Varese, proprio nel giorno del compleanno del suo fondatore, significa entrare in un mondo dove il tempo sembra dilatarsi tra geometrie perfette e armonie in bianco e nero. C’è attesa. Il Maestro Morandini, uno dei maggiori rappresentanti dell’arte concreta in Europa, non è ancora arrivato, ma le sue assistenti lo aspettano emozionate con i cannoncini: «Sono i suoi pasticcini preferiti», ci dicono. Festeggiare 86 anni, per un artista, non è solo un traguardo anagrafico, ma l’occasione per tracciare un bilancio profondo tra arte, vita e territorio. Nelle stanze che racchiudono la sua storia e la sua visione costruttivista, c’è un uomo felice. Guarda amorevolmente, e ricambiato, sua moglie Maria Teresa Barisi - l’anima energica della Fondazione -, mosso da una gratitudine ed entusiasmo. Insieme sembrano il bianco e il nero: lei, in continuo movimento, mostra le mille iniziative che sta sviluppando, dagli splendidi tessuti stampati alla dépendance in procinto di essere ristrutturata; lui, calmo e sornione, la segue con lo sguardo, sapendo bene che non le potrà scappare. Perché anche la sua, in fondo, è una mente che continua a progettare il futuro e a sognare una Varese sempre più intrisa di bellezza, cultura e inclusione.
Maestro, un compleanno è sempre un momento di bilancio?
«Oggi, prima di tutto, mi sento grato. A 86 anni continuo ad avere il privilegio di vivere dentro ciò che ho scelto: l’arte, la forma, la conoscenza, la bellezza. Ogni giorno è ancora un giorno di progetto, di pensiero, di emozione».
Quando ha deciso di diventare un artista e di sposare l’Arte Concreta?
«La mia storia nasce da una necessità. Dal 1958 al 1961, a Milano, la Scuola d’Arte di Brera frequentata la sera, il lavoro come disegnatore tecnico e la collaborazione con studi professionali di grafica furono per me una vera università, in anni in cui gli studi universitari erano economicamente impossibili. Fu lì che capii quale sarebbe stato il mio destino. I primi disegni legati alla mia ricerca artistica risalgono al 1962; nel 1964 arrivarono le prime opere tridimensionali e nel 1965 la prima personale a Genova, curata da Germano Celant. Poi vennero Colonia, Basilea, la Biennale di San Paolo su invito di Gillo Dorfles e, nel 1968, la sala personale nel Padiglione Italia alla Biennale di Venezia: un momento decisivo, che mi confermò nella scelta di vivere professionalmente l’arte concreta».
Il suo è un universo artistico racchiuso in geometrie bianche e nere, prova a descrivercelo?
«La mia arte è legata allo studio delle forme geometriche, al loro movimento infinito, a un moto continuo che riguarda la conoscenza e la bellezza. Sono realtà che considero alla base anche del design e dell’architettura: l’arte come conoscenza, il design come funzione e identità, l'architettura come habitat».
Il bianco e il nero sono una libertà espressiva o un “limite” che si è volutamente scelto?
«Il bianco e il nero non sono una scelta punitiva o calvinista, ma una necessità. Il colore è un mondo straordinario, appartiene alla vita, alla natura, alle emozioni; lo uso nel design, dove ha una funzione precisa. Ma nell’arte, da oltre sessant’anni, il bianco e il nero mi permettono di arrivare alla massima chiarezza della forma. Il colore, nella mia ricerca artistica, sarebbe un disturbo».
La geometria ha un’anima?
«La geometria, per me, non è fredda: ha la nostra anima. È il modo in cui cerco ordine, movimento, tensione, equilibrio».
Come nascono e si sviluppano le sue opere?
«Nascono dal vivere quotidiano dentro le forme. Non c’è un unico luogo creativo: ogni attimo può essere costruttivo, ogni osservazione può diventare progetto. In me arte, design e architettura non sono mondi separati, ma tre modi diversi di affrontare la stessa domanda: come dare forma a un pensiero, a una funzione, a uno spazio».
Nel 1968 la Biennale le dedicò una sala ad appena 28 anni. Cosa pensa dell’edizione di oggi?
«La Biennale del 1968 fu attraversata da contestazioni difficili, ma anche da un cambiamento sociale necessario. Credo che da allora la Biennale abbia continuato a trasformarsi, stravolgendo progressivamente molte delle regole originarie. È il destino delle istituzioni vive: cambiare con il tempo».
Varese porta la sua firma in diversi punti. Ci dica per ognuno una cosa di cui va orgoglioso e un rimpianto.
«Ho amato, amo e amerò Varese a cui ho dedicato molte attenzioni: piazza Monte Grappa, la grande scultura di piazza Casula, il lavoro su via Francesco Del Cairo, il progetto per il teatro e tante collaborazioni con architetti, professionisti e amici. Di tutto questo sono orgoglioso perché ogni intervento nasceva dall’idea che la città potesse essere non solo attraversata, ma vissuta come luogo di cultura, bellezza e relazione. Il rimpianto, forse, è che non sempre una città riesce a portare fino in fondo tutte le sue possibilità».
Per il teatro vinse un concorso, come l’aveva pensato?
«Lo avevo immaginato in collegamento con il Museo di Villa Mirabello, nell’area dell’attuale parcheggio di San Francesco. Non pensavo solo a un edificio, ma a una rete culturale: i luoghi della città dovrebbero parlarsi, collegarsi, costruire insieme un sistema. La cultura non cresce per compartimenti chiusi, cresce quando le realtà collaborano».
La sua Fondazione unisce arte, musica, letteratura e inclusione. Punta a essere il cuore culturale di Varese?
«La Fondazione nasce da questo spirito. Vorrei che diventasse sempre più un polo culturale di Varese, un cuore pulsante capace di dialogare con tutte le realtà bellissime che questa città possiede. Nata nel 2016 e aperta nella sede museale varesina nel 2021, conserva e valorizza opere d’arte, design e architettura, promuovendo la conoscenza dell’arte concreta e costruttivista. Per portare avanti questo progetto servono energie, persone, imprenditori, giovani. Mia moglie è un vulcano di idee, a volte persino da frenare, ma questo entusiasmo è fondamentale. La Fondazione deve crescere con lo spirito di chi ha ricevuto un dono e vuole restituirlo».
Da ex insegnante, quanto conta l’arte nella crescita dei bambini che visitano la sua Fondazione?
«L’insegnamento mi ha dato moltissimo, forse più di quanto io abbia dato. All’inizio i bambini mi spaventavano, per senso di responsabilità. Poi ho capito, anche grazie a Emma Zanella e a mia moglie, che la didattica era una parte fondamentale. Oggi, quando entro in Fondazione e vedo i bambini, vedo la vita che continua. Credo che l’arte, la musica e le attività creative dovrebbero essere molto più presenti nella scuola, soprattutto nei primi anni. I bambini devono crescere con la bellezza, non incontrarla per caso troppo tardi».
Immaginiamo di avere una sfera di cristallo, come vede la Fondazione nel futuro?
«La sfera di cristallo, in fondo, la tengo in mano ogni giorno. Ogni giorno sogno, progetto, esprimo desideri. Immagino la Fondazione come un luogo capace di andare avanti attraverso incontri, progetti condivisi, passioni comuni, giovani che lavorano e nuove energie che arrivano. Credo che quando un desiderio è forte, limpido, concentrato, possa davvero realizzarsi».
Tempo fa aveva detto «Amo la semplicità, l’ovvietà che può portare emozioni inaspettate». Qual è l’ultima cosa che l’ha fatta emozionare?
«L’ultima emozione? Gli auguri delle mie figlie il giorno del mio compleanno. Poi quelli degli amici. Ma le emozioni ci sono ogni giorno: bisogna solo saperle cogliere. La vita stessa è emozionante. A 86 anni la vita mi sembra ancora incredibile, e spero di avere ancora tempo per viverla ogni giorno con questa intensità. La Fondazione, oggi, mi regala molte di queste emozioni».
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