SUL PALCO
In volo con l’ape: il nuovo Max Angioni punge
A Verghera sperimenta il suo prossimo spettacolo: risate, ritmo e nuovo testo ancora aperto. Caffè Teatro strapieno per un assaggio autoriale che convince
Fuori la pioggia e dentro uno strapieno Caffè Teatro, gli applausi a fare da controcanto agli scrosci d’acqua. Martedì sera – 5 maggio – Max Angioni è tornato in quello che, per molti comici, continua a essere un laboratorio della comicità con la griffe di Maurizio Castiglioni. Palco basso, pubblico vicino, niente protezioni e soprattutto niente alibi. Le prove d’autore servono a questo. A sbagliare dal vivo, a togliere grasso, a capire dove ride davvero la gente e dove invece ride soltanto il comico.
MOTO PERPETUO
È proprio qui che Angioni oggi appare più interessante: non come personaggio arrivato, ma come comico in movimento fra teatro, social, televisione e cinema. Ma soprattutto dentro se stesso. Perché il tratto che emerge dalla lunga prova portata a Verghera martedì sera, non è tanto la battuta singola quanto il tentativo continuo di costruire una voce personale dentro influenze se non evidenti o volute, certo assonanti. Nello show provato da Angioni, ci sono i tempi, le pause, le ripetizioni e certe posture quasi chirurgiche che ricordano la scuola di Daniele Luttazzi: il meccanismo della reiterazione fino all’assurdo, il dettaglio anatomico usato come detonatore, la falsa digressione che in realtà prepara il colpo successivo. Poi c’è un’altra traccia molto riconoscibile: quella del comedian americano Matt Rife, soprattutto nella gestione dell’improvvisazione col pubblico e nei riferimenti, perfettibili, alle stoccate sulla disabilità come sistema per smontare la corazza del disagio e restituire all’essere umano la dignità nuda che ci accomuna. Qui Angioni può diventare davvero un mattatore: rapido, istintivo, pungente il giusto. Capace di trasformare una risposta casuale della platea in una mini-scena autonoma. E qui sta probabilmente la parte migliore del suo spettacolo: quando esce dal testo e resta sospeso nel vuoto, Angioni sembra quasi divertirsi di più. E il pubblico con lui. Il materiale provato al Caffè Teatro gira molto attorno a ossessioni generazionali ormai riconoscibili: l’ansia, il corpo che tradisce, il sesso occasionale, la relazione di coppia, la paura di invecchiare, il rapporto con i genitori, la psicologia pop, gli algoritmi social, i voli low cost, il disagio maschile contemporaneo raccontato come una lunga manutenzione difettosa dell’esistenza.
LA SICUREZZA DEL VOLO
Ci sono intuizioni efficaci. Per esempio, quando trasforma le hostess che spiegano le procedure di emergenza in una gigantesca smentita del fatto che l’aereo sia «il mezzo più sicuro del mondo». Se è davvero così sicuro, si chiede Angioni ad alta voce, «perché i primi venti minuti del volo vengono spesi a spiegarti dettagliatamente come provare a non morire?». Oppure quando descrive il jogging dei milanesi come «un tentativo collettivo di affermare che l’uomo, biologicamente, è nato per sfuggire ai cinghiali». Funziona bene anche il filone familiare: il padre, la madre iperprotettiva, le fragilità esibite senza troppo sentimentalismo e i vuoti e i troppo pieni adolescenziali come radice dell’affermazione individuale nella vita: non come persona, cioè maschera ma come uomo. In quei momenti, il comico comasco-napoletano-sardo abbassa i giri e smette di fare soltanto il comico generazionale: diventa narratore. E analista sottotraccia.
APPUNTI DA RIPASSARE
Dove invece lo spettacolo convince meno è quando Max indulge troppo nel fisiologico-anatomico. Non per moralismo – il Caffè Teatro non è un seminario vescovile – ma perché a tratti il meccanismo rischia di diventare facile. Troppo. Flatulenze, genitali, secrezioni, funzioni corporee: il pubblico ride, certo, però si ha anche la sensazione che Angioni sia più forte altrove. Stessa impressione su alcuni passaggi dedicati alla religione. Non tanto per il dissacrante in sé – che anzi appartiene storicamente alla sua comicità migliore, quella dei Vangeli secondo Italian God Talent (refuso inevitabile in nome del suo secondo posto alla trasmissione che l’ha lanciato nel 2021) – quanto per una certa sciatteria nella distinzione tra Dio e Maria, che non convince perché approssimativa nei tempi. E Angioni, quando lavora bene, non scrive sciattamente. Ma appunto: era una prova d’autore. E le prove non si giudicano come spettacoli definitivi. Semmai si osservano negli orizzonti che aprono.
TRA FANTI E FINALI
La direzione interessante, qui, sembra essere un’altra: c’è uno spazio enorme in questa dinamica progressiva di Max che chiama una scelta complicata ma a nostro modo di vedere vincente: tornare a mettere al centro i fanti anziché i santi. Cioè i politici, i banchieri, gli economisti, i fenomeni della finanza e della tecnologia, gli (e le...) influencer e tutti quelli che si sentono proprietari del mondo e che oggi, paradossalmente, vengono colpiti molto meno dalla comicità rispetto al cittadino medio impaurito, ansioso e disfunzionale. Spesso costoro sono caricature di se stessi nell’overdose mediatica? È vero. Ma proprio per questo offrono spunti di approfondimento psicologico che potrebbero fare bene a tutti: Triboulet – giullare di Luigi XII e Francesco I di Francia – docet. Perché quando Angioni smette di guardarsi sotto l’ombelico e alza lo sguardo più su di certi riferimenti alle menomazioni fisiche e va dritto sul sistema tutt’intero, il suo materiale si accende. Forse non è un caso che in diversi finali e passaggi della serata siano emerse due possibili idee di titolo del suo prossimo spettacolo: “Senza finale” o “Il volo dell’ape”. Uno spettacolo ancora aperto ma già pungente: senza una forma definita eppure pieno di traiettorie. E comunque divertente. Perché Angioni in scena splende d’un carisma che appartiene a pochi eletti. Un carisma che merita di essere tutelato. Esattamente come le api-maranza del suo show: magari «si scopano i fiori» ma riescono ancora a stillarne miele. Quello che rende la vita meno amara.
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