TRIBUNALE
Il traffico di rifiuti, l’imprenditore sotto accusa e lo “scontro” sui cavi
A processo il titolare di un’azienda della Valceresio. Il consulente della difesa: «Cavi non pericolosi»
Dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano e dei carabinieri del Noe - il Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma, reparto specializzato nella tutela ambientale - che nel 2023 portò a quattordici arresti per un presunto traffico illecito di rifiuti a livello europeo, è nato, per stralcio, un processo davanti al giudice monocratico di Varese con un solo imputato. Tra i nomi più noti dell’indagine figurava anche l’ex patron del Novara Calcio, Maurizio Rullo.
Il caso di 6.500 tonnellate di materiali
A processo a Varese è finito il titolare di un’azienda con sede in Valceresio, attiva da mezzo secolo nel recupero di metalli ferrosi e non ferrosi destinati al riutilizzo, con una specializzazione nella lavorazione di cavi di diverso tipo: ne vengono acquistati e trattati in media mille tonnellate al mese. L’imputato, ieri non presente in aula, respinge in modo netto le accuse che gli vengono contestate. L’accusa riguarda il ritiro, tra gennaio 2020 e marzo 2021, di circa 6.500 tonnellate di rifiuti in forma di cavi, classificati come “non pericolosi” in modo che la pubblica accusa ritiene fraudolento. La contestazione si inserisce nel quadro più ampio dell’indagine che, all’epoca, aveva ipotizzato anche l’esistenza di un’associazione per delinquere e portato al sequestro di ingenti somme, ritenute provento del traffico illecito di rifiuti tra Germania e Italia. Davanti al giudice Stefania Brusa – che in primavera sarà sostituita da un collega, passando alla sezione Gip-Gup – la difesa, rappresentata dall’avvocato Elio Giannangeli, ha fatto esaminare ieri un consulente tecnico. L’esperto ha criticato le conclusioni di Arpa sulla pericolosità dei rifiuti e quelle degli specialisti incaricati dalla Dda.
«Non grondavano olio o catrame»
In sintesi, secondo la posizione dell’azienda, i cavi conferiti come rifiuti devono risultare pericolosi “alla vista”, ad esempio quando “grondano” olio o catrame. Negli altri casi farebbe fede la classificazione dichiarata da chi li invia in Valceresio per il recupero dei componenti. L’impresa, sostiene la difesa, non sarebbe tenuta a effettuare analisi sui materiali ricevuti per individuare eventuali sostanze pericolose non evidenti visivamente. Inoltre, non sarebbe corretto qualificare come pericolosi gli agenti plastificanti presenti nei prodotti finali, al termine delle lavorazioni. L’esame del consulente proseguirà nella prossima udienza, fissata per la fine di giugno, quando a occuparsi del processo sarà un nuovo giudice.
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