Fuoco vero e fumo di spread

Misuratelo oggi lo spread, cari sacerdoti dello zero virgola che ci avete fracassato i limoni nei mesi del governo Monti. Misuratelo mentre brucia l’Italia più bella, Sicilia, Puglia, Campania, Toscana, Lazio, in una miscela di caldo torrido e di affari criminali.

Calcolate quanto Pil è andato alla malora per le foreste che non ci sono più, per i paesaggi che i turisti quest’estate non vedranno, per il sopruso inferto a madre terra. Altro che differenziale tra i Bund tedeschi e i nostri Btp conteggiato maneggiando algoritmi. Qui basta la saggezza contadina per capire che il Paese si sta impoverendo anno dopo anno mentre il G20 s’interroga sul clima, cioè sul lucro cessante, e non vede il danno emergente.

Ci è capitato di avvistare in anteprima sulle colline della Sicilia nordorientale i segnali di fumo qualche giorno fa e oggi Messina è ridotta a un colossale braciere. Sì, segnali di fumo ma non c’entrano i Sioux, per i quali i falò erano un modo di parlarsi a distanza. C’entrano sciagurati piromani che hanno cominciato la loro lugubre tournée estiva, spesso facendo l’interesse di guardie forestali precarie e di costruttori edili assetati di aree da cementificare. Se c’è da rimboschire, dopo l’incendio devastante, è più probabile ottenere il rinnovo del contratto. Se non c’è niente da fare, qualcuno può pensare all’alternativa di un cantiere. Ipotesi stupefacente, non dimostrabile, ma verosimile per somma di indizi recidivi.

Non è leggenda dalle mie parti (sono un siciliano di nascita avvilito dallo scempio) che in certi casi gatti e cani randagi vengano usati come torce: li immergono nella benzina, gli danno fuoco, li liberano e la loro corsa disperata porta le fiamme a destinazione tra le sterpaglie.

I notiziari dicono che il 2017 è già l’anno nero dei roghi in tutto lo Stivale. Crescita del 35 per cento dei voli dei Canadair che fanno spola dalla terra al mare. Villaggi turistici e rioni urbani evacuati, ettari di macchia mediterranea in cenere rappresentano la simbologia distruttiva di un rituale barbarico cui siamo ormai assuefatti quasi il comune senso della conservazione fosse caduto preda di un’anestesia sociale.

In gioco c’è il consumo inesorabile del pianeta, la certezza di non poterlo nutrire, gestire mantenere, se è vero, come an nunciano glia antropologi,  che presto nove miliardi di persone, la maggior parte assiepate tra Europa e Americhe per lo svuotamento progressivo dell’Africa.

Sempre meno terra, perché sacrificata a sua maestà il mattone: studiando la nostra epoca, come abbiano fatto noi con le civiltà del passato, i posteri scopriranno che avevamo una passione smodata per immensi capannoni usa e getta edificati nelle periferie delle metropoli e una predilezione ossessiva per le rotonde nelle strade.

Sempre meno alberi, perché con gli incendi aggravati e continuati li abbiamo fatti fuori scarnificando colline, modificando equilibri ambientali, violentando panorami che restano sulle cartoline. L’autocombustione? Non esiste: è una barzelletta quando vanno a fuoco interi versanti di montagna. C’è lo zampino maligno dell’uomo.

C’è la mancanza di una seria vigilanza. C’è che l’allarme dovrebbe essere lanciato tempestivamente. Quando il fuoco ha invaso migliaia di ettari non si può puntare il dito sulla scarsità dei mezzi di soccorso. Ma il Paese ha bisogno di un capro espiatorio immediato e in questi giorni è sotto processo la lentezza dei Canadair non il fatto che immani distese sono diventate terre di nessuno. Una volta vi si coltivavano agrumi, melenzane, viti, olive e la sorveglianza era garantita.

Dedicato a chi si appresta a trascorrere le ferie al mare. Difficile dimenticare le fotografie di sette capodogli andati a morire su una spiaggia della Penisola, anni fa, perché ingannati dai sacchetti della spesa. Li avevano scambiati per calamari ed era plasticaccia e loro l’avevano ingoiata perdendo l’orientamento. Non fa rabbia la morte del bestioni, ma la beffa della quali caddero vittime. La stessa beffa che ci porta a considerare una retrocessione inflittaci da Moody’s più grave della perdita di una foresta.

Gianni Spartà 12/lug/2017 16:29:02