I giornalisti e la pena di morte

Giusto qualche giorno fa, su queste colonne, ho scritto una storielletta sul desiderio, oggi assai diffuso in certi ambiti, di tappare la bocca alla stampa e alla libertà di espressione.

Una favoletta senza pretese. Poi però cè la realtà, la vita vera.  Ieri, ad un mese di distanza dalla pubblicazione di un articolo, mi giunge questa lettera, sicuramente meditata e non scritta di getto dato iul tempo intercorso, dalla mail dell’Anpi di Cuveglio.

Lettera che pubblico integralmente per quanto lunga. In nome della libertà di opinione e perchè coinvinto che i lettori debbano sempre sapere e giudicare.

«Egregio direttore, sono assai colpito dall’articolo pubblicato in data 15-08-2017 sulla vostra testata da parte del giornalista Silvestro Pascarella, che con la scusa dell’inchiesta da spazio al messaggio di un’organizzazione inquisita per reati contenuti nell’ordinamento giuridico e costituzionale della nostra Repubblica. Dovevamo davvero avere la conferma dall’esimio giornalista per conoscere le ferali notizie? Peraltro “l’inchiesta” giornalistica che dovrebbe avere il privilegio dello scoop, riserva invece delle banalità dato che le informazioni in essa contenute possono benissimo essere lette nel loro sito. Certo, però, che raggiungere con una pagina intera le migliaia di lettori della provincia e limitrofi di Varese, dando prova di inusitato coraggio giornalistico nell’intervistare (si badi bene) a distanza, dei pericolosi appartenenti ad un’organizzazione afferente al nazionalsocialismo (si legge nazismo), sembra non avere prezzo. Non intendo indicare i principii del giornalismo d’inchiesta, anche perché qui non ne vedo traccia. Non è in questo esiguo spazio che intendo rammentare l’ampiezza del processo di Norimberga che ha visto tra gli altri imputato e condannato alla pena capitale il giornalista Julius Streicher per propaganda nazista, non ostante non avesse partecipato attivamente a nessuna azione materiale allo sterminio, bastò l’assurda, folle, martellante propaganda e la certezza della sua conoscenza di quanto la diffusione dalle pagine del suo giornale stesse creando e giustificando nella esecuzione della Shoah.  Solo speravo tramontata l’influenza del vostro vecchio direttore, ideatore della Mistica fascista, Niccolò Giani, che dalle pagine della Cronaca Prealpina nel 1939 prese parte alla campagna antiebraica sulle tesi da lui sostenute del “razzismo spirituale". Partito volontario per la campagna greca, finì ucciso nel 1941 durante un’azione sul fronte greco/albanese, e che nonostante tutto la città di Varese si ostina a commemorare assieme ai caduti ogni primo novembre all’Arco Mera. Dare spazio immeritato a dei personaggi in ritardo sugli eventi di ben settantaquattro anni, suona alquanto provocatorio, viene da chiedersi inoltre il perché solo da pochissimi anni rivendichino spazi mai presi in considerazione neppure dai rappresentanti più estremi del fascismo post bellico, provocando revisionando la storia e distribuendo menzogne che in larga parte vengono accolte da analfabeti funzionali. Il loro scopo è chiaro visibilità, e notorietà, altrimenti la loro presenza non avrebbe che il peso di un’atomo in un corpo formato da nessun atomo. Quindi consentitemi una provocazione, non desidero però alcuna popolarità al contrario di altri, i miei principii sono gli stessi che danno forma alla civiltà; vi propongo di cambiare nome alla vostra testata ritenendo più consono il nome di Der Stürmer (in tedesco: L’attaccante) che fu una rivista settimanale pubblicata a partire dal 1923 fino al termine della seconda guerra mondiale, dall’editore nazista Julius Streicher. Der Stürmer rappresentò un importante veicolo per la propaganda del partito nazista. Distinti saluti.

Luca Zambonin

Presidente della sezione ANPI di Cuveglio, dedicata ai Martiri del San Martino».

Fin qui la lettera. Che dire? Al signor Zambonin che accetto lezioni di storia da chiunque ma, per quanti sforzi faccia, non sarà certo lui ad appiccicarmi addosso una qualsivoglia etichetta visto che in mezzo secolo non ci è riuscito nessuno. Aggiungo che ho sempre timore (non per me, ma per la società) quando si adombrano cosucce vagamente minacciose come la pena di morte.

A proposito di storia, quando ero giovane diversi giornalisti, additati come "reazionari" furono colpiti da vile piombo "rivoluzionario". Alle spalle.

Il signore ha il merito di scrivere a nome di una Associazione di cui è presidente e di firmarsi. Chapeau.


P.S. Neppure io desidero la popolarità. Ma desidero cercare di capire e di far sapere che cosa si muove nel mondo. È il mestiere di giornalista.

Maurizio Lucchi 14/set/2017 09:21:02