Il libro è morto, viva il libro

Tra il 2010 e il 2014, secondo gli ultimi dati resi disponibili dall’ISTAT, la spesa delle famiglie italiane per libri e giornali è diminuita del 18 per cento, a fronte di una diminuzione di gran lunga meno incisiva nell’acquisto di altri beni (6 per cento). Dieci famiglie italiane su cento non hanno libri in casa, e al sud due persone su tre non hanno mai aperto un libro in vita loro. In compenso i cittadini stranieri residenti in Italia che hanno letto almeno un libro confermano “una minore propensione alla lettura da parte degli stranieri rispetto agli italiani”. Colpa loro? neanche tanto, se 13 milioni di italiani vivono in comuni dove non esiste una libreria, secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori: il 9 per cento dei comuni sopra i diecimila abitanti. Così, mentre dal 2012 sono quasi trentamila le attivitàdi ristorazione che hanno aperto o rinnovato, non si contano le librerie che chiudono. Il libro più venduto in Italia nel 2016 è stato “Harry Potter e la maledizione dell’erede” della Rowling; ai primi dieci posti, i soliti Camilleri, Saviano e Ferrante, o ovviamente Papa Francesco. La domanda è: ha davvero senso? e si riferisce alla prima edizione della Fiera dell’editoria, “Tempo di libri”, inaugurata il 19 aprile a Milano Rho Fiera dal dinamico ministro Franceschini: 35 mila metri quadri di esposizione, 720 eventi e 2000 ospiti per un totale di 524 editori, fino al 23. Qualcuno ne avrà sentito parlare: Milano, tutta presa dalla frenesia del dopo Expo, ha scippato ha Torino il “format” del Salone del Libro, che a Torino si svolgerà comunque, dal 18 al 22 maggio. E, anche lì, un numero impressionante di metri quadrati, di eventi e di editori. Intendiamoci, parlare di libri e cercare di venderli è quasi sempre un bene (quasi: Harry Potter e compagnia non hanno certo bisogno dei saloni del libro per farsi vendere, gli bastano gli autogrill), ma, appunto, c’è da chiedersi se quella cui stiamo assistendo, più che il tentativo di ridare stimoli alla lettura, non sia che la prolungata agonia di un’età ormai dimessa, che ha bisogno di drogare i pochi superstiti, per mantenerli in vita e dar senso alla loro esistenza, con qualche iniziativa al limite dell’assurdo: a Milano si stanno svolgendo gli “happening on bike”: letture ad alta voce e recensioni improvvisate, in bici, di “volontari e studenti” (lo studente è volontario per natura), nei parchi e sulle tangenziali; la sera sono previste “cene d’autore” con scrittori di grido che intrattengono i commensali firmando copie tra una cotoletta e l’altra (“cena più libro intorno ai 50 euro”, si legge sul programma), anche per venire incontro alla deriva che vuole le ultime librerie resistere alla chiusura trasformandosi in coffee-shop, gastrobook o librolunch.
A Torino si sa già, in anticipo sul programma che sarà reso noto solo a chiusura della Fiera milanese (è ancora incerto, infatti, l’arrivo del dinamico ministro, desiderato almeno per ragioni di par condicio), che saranno presenti molte delle più importanti case di produzione tv e cinematografiche, da Fox a Mediaset, allo scopo di individuare «contenuti esclusivi da acquistare e trasformare in film, fiction e altri prodotti destinati al piccolo e grande schermo». Questa specie di danza macabra si commenta da sé, e sarebbe di cattivo gusto infierire.
Ma davvero abbiamo bisogno di questo? Chi s’immagina che a Milano, alla presentazione dell’ultimo libro dello chef Cannavacciuolo, ci vada qualcuno cui interessi davvero il libro, magari perché a pubblicarlo è stata Einaudi, che è diventata grande pubblicando Gobetti e Benjamin? E chi può credere, anche di fronte a questi dettagli, che agli editori interessi davvero che gli italiani leggano (e cosa leggano), o non interessi di più, molto di più, come è perfettamente legittimo, vendere i loro libri? Buona fortuna alle Fiere di Milano e di Torino, e alle prossime venture: che certo non mancheranno.   

Gianmarco Gaspari 21/apr/2017 09:24:53