Imbecilli nella rete

Ricevendo la laurea Honoris Causa all’Università di Torino, Umberto Eco ha avuto il coraggio di dire quello che molti pensano: “Internet dà diritto di parola a legioni di imbecilli”.
Quelli, per intenderci, “che prima parlavano solo al bar dopo tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società”. E, si potrebbe aggiungere, venivano derisi dagli amici.

Le parole dell’autore de “Il nome della rosa”, naturalmente, hanno scatenato valanghe di commenti e sotto accusa è finito tutto il mondo di internet. Qualcuno si è scandalizzato perché, in democrazia, “anche gli imbecilli hanno diritto di esprimersi” e non solo gli “intelligenti”.

Inoltre, si sostiene, questi “imbecilli” esercitano, appunto, semplicemente il diritto di libertà di parola. È vero.

Internet, infatti, è un luogo neutrale. Diventa “di parte” a seconda dell’uso che ne viene fatto. Del resto, molti aspetti positivi sono innegabili: per esempio qualche anno fa, durante le primavere arabe, i social network furono le uniche fonti di informazioni per noi occidentali. O, richiamando il passato, a parere di molti ai tempi del nazismo i campi di sterminio non sarebbero potuti esistere, perché con un tweet la notizia avrebbe subito fatto il giro del mondo.
Non si deve dimenticare, inoltre, che su internet circola anche quanto prodotto dalla televisione - il più formidabile vettore di volgarità e stupidaggini varie - e dalla carta stampata. Perfetto. Poi però, come ha sostenuto Eco, su internet “gli imbecilli hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”. E, anzi, riscuotono maggiore successo.
È infatti indiscutibile l’incredibile popolarità delle bufale, delle teorie più assurde, delle posizioni più improbabili in rete.

Basti pensare all’11 settembre: nel 2006, a soli cinque anni da quella tragedia, erano stati già aperti ben 16 milioni e 980 mila siti e blog “cospirazionisti”. Persone convinte di sapere “la vera storia segreta” dell’attentato. In questi siti si trova di tutto: Bin Laden era innocente e la colpa sarebbe dei rettiliani, perché alcuni vedono un Ufo nel cielo di New York, quando magari è solo un moscerino sulla telecamera. Altri intravedono, tra le nuvole sopra le Torri, la faccia di Belzebù in persona, oppure si improvvisano ingegneri e calcolano a spanne la temperatura di fusione dell’acciaio. Il tutto, naturalmente, senza una fonte attendibile o una prova reale, e ci mancherebbe pure. Tuttavia vi sono milioni di commenti entusiasti di queste stravaganze.
C’è, poi, un altro problema, forse addirittura più grave.

Su internet si può scrivere di tutto con la garanzia di restare impuniti, come se non si fosse responsabili di niente. È uno stimolo eccezionale alle molestie, alle aggressioni verbali a trivialità e volgarità senza fine. Gianni Morandi, per citarne solo uno, il mese scorso ha scritto su Facebook parole di sincera pietà umana verso i migranti morti in mare, ed è stato letteralmente ricoperto di insulti.
Certo, a parere di molti giuristi un rimedio ci sarebbe: ciò che è illegale off-line deve diventare illegale anche on-line. Così si inizierà a essere responsabili di quanto si scrive. Giusto.

Forse però, in attesa di una legge, un rimedio per fermare queste idiozie dilaganti ci sarebbe: il 20 dicembre del 2013 Justine Sacco, top manager della IAC, una grande società di comunicazione di New York, stava per prendere un volo per il Sudafrica. In aeroporto scrisse un tweet, pensando di essere divertente: “Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’Aids. Sto scherzando. Sono bianca!”.
La frase fece il giro del mondo. Così, appena atterrata, la Sacco fu raggiunta da un altro tweet: era stata licenziata in tronco, perché il suo commento era “vergognoso e offensivo” e non rispecchiava i valori dell’azienda. Semplice, a quanto pare basta il buonsenso.

Antonio Maria Orecchia 17/giu/2015 12:08:03