La lettura, la scrittura e la mostarda

La fiaba che ci ha raccontato qualche giorno fa il Direttore (7 settembre: “Giornali, chiacchiere e mostarda”), merita qualche approfondimento. Se Amilcare Adalberto Maria Pernallis è un’invenzione, a metà tra Gadda e le filastrocche di Sergio Tofano, non lo è il mondo che gli sta attorno, dove ci si indebita per comprare la mostarda ma si trova superfluo spendere qualche centesimo per comprare il giornale.

Lucchi ha ragione, quando parla di un un paese dove tutti scrivono, ma dove a leggere sono in realtà ben pochi. Incoraggiamenti alla scrittura come se piovesse (scuole, master, premi, trasmissioni tv...), quando non ce n’è nessun bisogno, anzi: incoraggiamenti alla lettura, pochi o nessuno. Sul tema, epico uno spot del ministero dell’Istruzione di qualche anno fa dove a rappresentare la gioia di leggere erano prima un malato sul lettino d’ospedale, con un libro in mano, poi un vecchietto semiparalitico, evidentemente vedovo e abbandonato da tutti, che scorreva le pagine di un libro. La lettura come risorsa estrema: indicatissima, come il semolino e il pannolone, per i vecchi e i malati.

Eppure leggere serve molto più che scrivere, e la lettura dovrebbe anzi essere la lunga (e obbligata) anticamera della scrittura. Perché i grandi scrittori sono stati, prima di scoprirsi scrittori, grandi lettori. Scrive chi ha qualcosa da insegnare, legge chi vuole imparare. Ma chi ha qualcosa da insegnare, per farlo deve (tra l’altro) aver letto molto, e bene. Nel mondo della scuola e dell’università, dove le due attività dovrebbero avere un rapporto ottimale, esistono professori che hanno passato la vita a scrivere, leggendo pochissimo.

Il professore che sforna ogni anno centinaia e centinaia di pagine (ce ne sono) dovrebbe suscitare qualche legittima perplessità (parlo per me, dato che il cosiddetto “sistema di valutazione” del predetto ministero non la pensa allo stesso modo, come è evidente dallo spot). E (parlo sempre per me) fondamentale è che il professore insegni a leggere, il più possibile, e a scrivere il meno possibile. Sfortunato quel paese che ha bisogno di eroi, ha detto qualcuno: con meno eroi e meno poeti avremmo certamente un mondo migliore.  Ma il punto che premeva ai clienti di Amilcare Adalberto Maria Pernallis era il costo della lettura, costo che potrebbe privarli delle legittime gratificazioni della mostarda.

Su questo punto, subito dopo la guerra, nel ’46, un giornalista che sarebbe poi diventato famoso, George Orwell, aveva già detto la sua. In un breve articolo, “Libri contro sigarette”, Orwell faceva il conto dei libri che aveva in casa: in un quindicennio ne aveva accumulati poco meno di 500 , tra comprati («per la maggior parte di seconda mano»), copie omaggio e «presi in prestito e non restituiti».

Il tutto portava a una spesa di circa 25 sterline all’anno, constatava, mentre per le sigarette la sua spesa annuale, a occhio e croce, era di circa 40 sterline. Di molto minore la spesa media degli inglesi: non per le sigarette, ovviamente, ma per i libri, dove scendeva a 3 sterline annue pro capite.

Anche se è difficile «stabilire una qualsivoglia relazione tra il prezzo dei libri e il valore che se ne ricava» (si possono spendere sei pence per un dizionario che consulteremo una volta in vent’anni, osserva giustamente, due per un romanzo che rileggeremo più volte nella vita), è quanto basta, concludeva Orwell, per dimostrare «che la lettura è uno degli svaghi più economici, anzi forse il più economico dopo l’ascolto della radio».

Il che vale anche ora, e specie in Italia, dato il costo crescente delle sigarette. Che oltretutto non sono proprio salutari. Come, del resto, la mostarda.

Gianmarco Gaspari 10/set/2017 10:22:34