Una vita vale una copia in più

Entro novembre il Governo deve presentare il decreto legislativo che modificherà la gestione delle intercettazioni per tutelare la riservatezza della vita privata di chi, estraneo ai reati, si trovi ad essere ascoltato nel corso di un’indagine.
La pubblicazione di qualsiasi tipo di atto giudiziario, non solo le intercettazioni, è diventata una prassi ormai senza controllo, non evitabile in base alla legge attuale.  
Il giornalista che viene in possesso di un atto ha il diritto di pubblicarlo ed anche se contiene accuse infamanti non risponderà di diffamazione se si è limitato a riportare quanto scritto o sostenuto da altri in atti ufficiali; e se la fonte anonima rimarrà tale nessuno risponderà dei danni enormi così cagionati a persone innocenti.  
Per trovare una soluzione il Ministro della Giustizia ha inviato a poche selezionate persone una bozza del decreto legislativo per averne il parere. Qualcuno, che evidentemente non l’ha condivisa, l’ha “passata” alla stampa per fermarla.   
A leggerla si comprende il dissenso, in particolare colpisce l’obbligo per i magistrati nella fase delle indagini di non riportare nei loro atti il testo integrale della conversazione registrata, ma solo un commento quindi un’interpretazione soggettiva, così perdendo il valore dell’intercettazione che risiede proprio nel tenore letterale di ciò che si è detto, e di come questo si colleghi alle altre prove acquisite.  
Dopo la precisazione a stretto giro del Ministro appare chiaro che quello diffuso non sarà il testo definitivo; allora per una riflessione seria sugli altri punti bisogna attendere le norme che saranno effettivamente emanate.
Dalla bozza diffusa è possibile però già capire che in via Arenula hanno perso ogni speranza di riuscire a bloccare in generale le fughe di notizie e le pubblicazioni integrali degli atti d’indagine, spesso appena compiuti, e che abbiano adottato la realistica strategia del limitare i danni per le persone coinvolte, specie quelle estranee.
Per farlo hanno pensato di spostare la controffensiva legislativa sul piano mediatico: non essendo in grado di impedire che i giornali abbiano gli atti con le intercettazioni che almeno essi siano privi di vero interesse e che nel giro di pochi giorni svaniscano dalla memoria di ogni lettore.
Discutibile sul piano processuale, ma di sicuro vincente su quello della moderna comunicazione.
Quale burocratico commento potrebbe mai avvicinarsi agli effetti devastanti di quelle frasi integrali pubblicate negli ultimi anni?
Indimenticabili, degne di sceneggiature cinematografiche, da sole hanno fatto titolo a nove colonne, hanno marchiato a vita chi le ha pronunciate, hanno reso incandescenti i dibattiti televisivi, ed ormai fanno parte del linguaggio comune.
Chi non ricorda, solo per citarne alcune, e tra le meno colorite: “stamo a´ fa i furbetti del quartierino!”, “abbiamo una banca”, “ho chiuso l’arbitro nello spogliatoio e mi sono portato le chiavi in aeroporto...”, “ci sono i vivi sopra e i morti sotto e noi in mezzo”?
Nella polemica che si è sollevata merita di essere sottolineato un altro punto non proprio condivisibile, sostenuto da chi ha contestato la bozza e cioè il grido d’allarme in difesa del presunto diritto a pubblicare qualunque cosa.
Si è arrivati a dire che sarebbe stata una forma di censura, una lesione al diritto dell’opinione pubblica di conoscere la verità.  
Si sostiene, ormai da anni, che i cittadini elettori dovrebbero sapere tutto ciò che emerge negli atti di indagine, quasi in tempo reale, perché solo così avrebbero gli elementi per meglio decidere il proprio orientamento, ed in attesa poi della sentenza di condanna, che di fatto si dà per scontata, sia giusto chiedere, e semmai ottenere, le immediate dimissioni dall’eventuale incarico pubblico ricoperto dalla persona coinvolta.  
Abbiamo già riflettuto sulla pericolosità di questa affermazione, che non tiene in alcun conto che sulla base di un’accusa o addirittura dei primi esiti di un’indagine non esiste alcuna verità accertata.
Non hanno fatto riflettere neanche l’esito proprio di molti di quei casi diventati famosi per le frasi intercettate che si sono conclusi con un’archiviazione, mentre intanto qualcuno era stato costretto a dimettersi dall’incarico ricoperto.
Teorizzare l’esistenza di un diritto a pubblicare tutto si può trasformare in una vera violenza verso le persone estranee coinvolte ed addirittura anche contro le vittime di quei reati.  
Proprio il quotidiano ora protagonista dello scoop della pubblicazione della bozza del ministero, qualche anno fa costrinse una nota attrice, del tutto estranea a quella indagine, a rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali perché sanzionasse la pubblicazione dei suoi sms affettuosi diretti al marito, puntualmente invece intercettati e trascritti.  
E qualche giorno fa un altro quotidiano nazionale ha purtroppo pubblicato stralci integrali della testimonianza resa alla Polizia di Stato dalla cittadina polacca, vittima di una violenza sessuale di gruppo, inserendo nel titolo i particolari fisici delle vigliacche gesta dei responsabili.
In attesa, semmai di riforme legislative, chi ha responsabilità e sensibilità non può restare indifferente.
In molte Procure sono state date direttive interne che mirano ad evitare che si ripetano casi di trascrizione ed utilizzo di intercettazioni non inerenti, anticipando in qualche modo la nuova legge.  
C’è la speranza che almeno casi come quello degli sms affettuosi non si ripetano.  
Ma le fughe di notizie continueranno e sulla scrivania dei giornalisti arriveranno verbali ed atti di ogni tipo; il dilemma, tutto di natura morale, si sposta allora nelle redazioni.
Per confrontarsi con la propria coscienza e decidere se pubblicare, almeno per i casi più dolorosi, potrebbe aiutare rispondere a due semplici domande.
È giusto che la vittima riviva all’infinito l’angoscia quotidiana di sapere che milioni di perfetti sconosciuti conoscano i particolari più intimi di quanto accaduto?
La sua ripetuta sofferenza quotidiana vale la vendita di qualche copia stampata e di alcuni clik sul sito in più?  
Ognuno lo risolverà come vorrà, ma solo una preghiera: non si giustifichi tutto con il diritto della “gente” a sapere. La difesa della riservatezza del singolo, quanto più è debole, isolato ed apparentemente in disgrazia, è la vera cartina di tornasole della civiltà moderna, lo spartiacque tra il rispetto dei diritti della persona ed il cannibalismo mediatico.  

Agostino Abate 11/set/2017 08:31:28