LIBERAZIONE
«Così vidi morire un partigiano»
Il ricordo di Rita Micheli, figlia del casellante dell’A8: «Finì un incubo, ma i tedeschi in fuga uccisero Rodolfo Gallazzi»
Era una bambina, allora, la bustese Rita Micheli. Il 25 aprile 1945 aveva solo sei anni (quindi oggi ne ha 81) ed abitava nel casello dell’autostrada di Busto. Era suo padre Settimio - detto “il Toscanino” - a curare l’accesso all’Autolaghi, quando ancora in città c’era una barriera di pedaggio, situata in fondo a via Fagnano, su quella rotonda che oggi direziona verso la stessa A8, verso la Ss336, oppure verso l’Iper.
«Quel pomeriggio – ricorda Rita - i piazzali dell’autostrada e i campi confinanti erano affollati di tanti giovani e qualche uomo più attempato che da poco avevano deciso di arrendersi e di riappacificarsi gli uni con gli altri. Due ore prima, infatti, alcuni di coloro che sostenevano il fascismo avevano chiesto a mia mamma una tovaglia bianca e l’avevano stesa nel campo vicino in segno di resa. E in quel momento, mi era stato detto da mio fratello maggiore Francesco, che partigiani e fascisti “avevano fatto la pace” in quanto la guerra era finita».
L’allora bambina fu così testimone di un momento speciale, ma anche tragico. «Tutti erano emozionati. Io pure», racconta. «Il pensiero che non saremmo stati più in guerra, che non avrei più sentito le sirene che annunciavano la possibilità di bombardamenti da parte di aerei nemici, che alla sera avremmo potuto tenere accese le luci in casa perché sicuramente “Pippo” (così era stato soprannominato un piccolo aereo che, quando era buio, volava sopra le case e bombardava dove vedeva qualche spiraglio di luce) ci avrebbe lasciato in pace, mi rendeva felice e contenta. Ma verso le quattro dello stesso pomeriggio un rumore di spari e il cigolio di carri armati, che sentivamo provenire da Gallarate, ci mise in allarme: capimmo che era una colonna tedesca che si stava ritirando e con molta fretta cercava di lasciare l’Italia».
La signora Micheli racconta così quei momenti drammatici: «Immediatamente tutte le persone che si trovano vicino al casello cercarono un nascondiglio. Mio fratello mi prese per mano e di corsa raggiungemmo la grande cantina del casello autostradale per cercare rifugio. Più tardi tutti, nel nostro cuore, elevammo una preghiera di ringraziamento perché eravamo salvi: la fretta che i tedeschi avevano di ritirarsi non aveva permesso loro di fermarsi e spararci addosso. Anche mio babbo che stava per entrare nel casello dell’autostrada non era stato colpito; infatti una pallottola gli passò a venti centimetri, ficcandosi nel muro».
Poi, però, la gioia sparì dal cuore di tutti: «Purtroppo i tedeschi, a bordo dei loro carri-armati, mentre percorrevano l’autostrada, sparavano a ventaglio con le mitragliatrici: una pallottola raggiunse a 200 metri da noi, sulla via per Solbiate Olona, un giovane partigiano che si accingeva ad entrare in un rifugio, colpendolo a morte: si chiamava Rodolfo Gallazzi, al cui ricordo è stata intitolata una strada, tra le vie Crispi e Castelfidardo. Un cippo, in ricordo del suo sacrificio, si trova invece nel luogo dove venne colpito, all’inizio della via per Solbiate».
Oggi, per lei, è dunque un giorno sempre speciale: «È una data importantissima – spiega – perché nella mia memoria non dimenticherò mai il significato più concreto, quello cioè della fine della guerra, di un incubo, e di tanti spaventi e difficoltà».
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