LA SCOMPARSA
Calcio in lutto: addio a Beccalossi
L’ex centrocampista dell’Inter aveva 69 anni. Era in coma dopo un malore accusato nel gennaio del 2025
È morto a Brescia Evaristo Beccalossi, una delle bandiere dell’Inter, storico centrocampista della squadra milanese. L’ex calciatore e dirigente sportivo, che prima di militare in nerazzurro giocò anche nella sua città, Brescia, avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio. Da un anno le sue condizioni di salute erano critiche dopo un malore accusato a gennaio 2025 e un lungo periodo di coma. Il decesso è avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì in clinica Poliambulanza a Brescia, dove Beccalossi era ricoverato.
Presenze varesine
Tra i ricordi che legano Beccalossi al territorio varesino, la presenza alla Fiera di Varese nel 2018 con la visita allo stand della Prealpina . E poi, più recentemente, nel 2024, la sua partecipazione all’evento conclusivo di “Busto Arsizio: città europea dello sport”: al teatro sociale fu festeggiato sul palco dalla presidente dell’Inter Club Busto Arsizio Betty Borroni.
Il ricordo dell’Inter
«Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone»: è il messaggio di cordoglio dell’Inter per la scomparsa di Evaristo Beccalossi, talentuoso numero 10 dell’Inter morto nelle scorse ore. Acquistato dall’Inter al termine della stagione 1977-1978, in nerazzurro collezionò sei stagioni 216 presenze, tra campionato e coppe, realizzando 37 reti, tra cui una doppietta nel derby vinto per 2-0 il 28 ottobre 1979. Campione d’Italia nella stagione 1979-1980, l’anno dopo arrivò alla semifinale dell’allora Coppa dei Campioni e vinse anche la Coppa Italia 1981-1982.
“Il talento non si impara. È un dono - scrive il club in un comunicato -, al massimo lo si alleva, con la testardaggine di chi è destro di piede e fin da bambino allena il sinistro nel garage di casa fino a diventare mancino, ambidestro, praticamente onnipotente con entrambi i piedi. Quello di Evaristo Beccalossi era limpido, abbagliante, in contrasto con una continuità di rendimento che a volte veniva meno nel corso delle partite ma che, sempre, gli veniva perdonata, dai compagni e dai tifosi.”
Il dribbling e i riccioli
«Fantasista: precisamente, Beccalossi. Gianni Brera lo aveva ribattezzato ‘Driblossi’. L’arte di dribblare, di saltare gli avversari: azzardi sfrontati, quasi sempre riusciti, con leggerezza. Il bello del calcio - continua il lungo ricordo del club nerazzurro - il modo più romantico per far innamorare i tifosi. Coi riccioli che ciondolavano sulle spalle, con la sua cadenza inconfondibile in mezzo al campo, dava carezze al pallone. Nessuno, meglio di Peppino Prisco, ha fotografato l’iconicità di Evaristo: “Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l’accarezzava riempiendolo di coccole. Le coccole di Evaristo sono state tante, dentro e fuori dal campo, negli anni in nerazzurro - dal 1978 al 1984 - e poi dopo, nella vita da ex calciatore, sempre al fianco dell’Inter, sempre dentro il calcio, tra Federazione, ragazzi da ispirare e far crescere. Da fantasista anche lì. Destro, sinistro, gol e visione di gioco. Oriali, Marini, Baresi correvano, Beccalossi inventava. E segnava, forniva assist - continua l’Inter - dipingeva traiettorie. A volte a intermittenza, a volte in maniera folgorante. Con la schiettezza e la naturalezza che lo ha sempre contraddistinto, ammetteva candidamente, senza paura di essere giudicato, perché il suo forte era anche quello: «Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me». La numero 10 sulle spalle: arrivò all’Inter dal Brescia, la squadra della sua città, nel 1978 e si trovò catapultato dentro un Meazza che lo accolse subito spellandosi le mani. D’altronde la segnalazione a Sandro Mazzola - suo predecessore con la 10 e all’epoca dirigente nerazzurro - arrivò dopo una partita in cui dribblò cinque giocatori, prima di fallire il gol davanti al portiere. Il manifesto della sua immensa bravura e anche della sua volubilità, così particolare e al tempo stesso magnetica. «Con Beccalossi e Pasinato vinceremo il campionato». Molti di noi non erano ancora nati, in quel 1980, ma quel coro accompagnò l’Inter di Bersellini verso il 12° Scudetto. Con Bordon, Baresi, Altobelli, Caso, Bini, Marini, Oriali, Canuti, Pasinato, Muraro, Mozzini, Pancheri, Ambu, Cipollini, Occhipinti e, ovviamente, Evaristo Beccalossi, il 10 di quella squadra. Sette gol, due nel derby dell’8 ottobre 1979. Un destro al volo di una leggerezza inarrivabile, su un campo senza erba, solo di fango. E un altro gol per chiudere una stracittadina solo nerazzurra. Più dei gol, 37 in 215 apparizioni, più dei titoli - uno Scudetto e una Coppa Italia - Beccalossi è sempre stato l’uomo dei sogni: quello che ti poteva regalare una magia, in qualsiasi momento, e pazienza se non arrivava, tu lo avevi in campo e bastava quello, sapere di poter assistere, presto o tardi, a un dribbling, a una traiettoria impensabile. E pazienza, se in una notte di coppa, arrivarono due errori dal dischetto nel giro di cinque minuti. Ancora una volta, geniale anche in questo caso, pur senza meriti, si trasformò questa serata storta in un qualcosa di artistico: il monologo portato a teatro dall’attore Paolo Rossi. «La cosa più bella a mio avviso era che il popolo interista si identificava in noi. Ho lasciato un buon ricordo anche al giorno d’oggi». Non solo un buon ricordo, ma anche un orgoglio profondo nell’aver avuto il ‘Becca’ nella storia del club. E quella malinconia che si mischia alla tristezza profonda di queste ore ci accompagna con l’ennesimo dribbling della vita di Evaristo“, conclude il club.
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