L'INCHIESTA
Casti Group, indagini a 360°
False fatturazioni e truffa allo Stato: per le Fiamme gialle la frode potrebbe superare i 760 milioni di euro
L’operazione della guardia di finanza di Perugia che è costata l’arresto all’imprenditore Gianfranco Castiglioni, a suo figlio Davide e al suo braccio destro Marina Affri riguarda «i soli delitti commessi tra il 2008 e il 2012 con esclusivo riguardo alle operazioni gestionali riconducibili alle due società spoletine», cioè la ex Pozzi e la ex Isotta Fraschini, entrambe da un anno in amministrazione controllata.
Inevitalbilmente, però, l’indagine iniziata due anni fa ha finito per allargarsi ad altre 14 delle 19 società che fanno capo alla holding Casti Group, e così «una volta individuati i sistemi di frode utilizzati il Nucleo di polizia tributaria di Perugia ha proceduto su incarico del comando generale del Corpo ad effettuare verifiche fiscali nei confronti di tutte le società coinvolte».
Società che hanno sede nelle province di Varese, Milano, Como, Padova e Perugia, e alle quali solo per gli anni 2004-2011 la Gdf ipotizza di poter arrivare a contestare una frode fiscale complessiva di oltre 760 milioni di euro: 410 milioni di «Iva dovuta e non versata ovvero indebitamente detratta», e altri 350 «di base imponibile ai fini delle imposte dirette sottratta a tassazione».
Poi ci sono i 9,7 milioni «di ritenute fiscali e previdenziali operate e non versate», ma in fondo questo è il meno.
Insomma, fosse vero questo scenario, quella che i finanzieri di Perugia hanno battezzato "Operazione C.&C." finirebbe per allargarsi a macchia d’olio a mezza Italia, aggiungendo un tassello dopo l’altro a un’indagine già complicatissima.
Il ragionamento delle Fiamme gialle, condiviso dalla Procura di Spoleto, è semplice: se Castiglioni e i suoi usavano il sistema delle false fatturazioni per frodare il fisco con l’ex Pozzi e l’ex Isotta Fraschini, perchè non avrebbero dovuto fare lo stesso con le altre aziende della holding?
Più aziende, più possibilità di "far girare" documenti che potevano essere scaricati o generare credito d’Iva, quindi maggiori possibilità di guadagno...
Di certo per ora c’è che solo per fermarsi ai mancati contributi previdenziali, in tempo recenti altre aziende del gruppo avevano già avuto dei problemi. Nel 2008, dopo aver acquistato la Franco Tosi Spa di Legnano, gli indiani di Gammon avevano scoperto un buco di 40 milioni che si erano rassegnati a pagare a rate, un milione al mese all’Agenzia delle Entrate; la stessa Siac Spa di Cavaria aveva accumulato debiti con Equitalia, su entrambi i casi le rispettive Procure avevano cominciato a farsi qualche domanda.
Ora a tirare le somme arriva il comando generale della Gdf, che come visto ipotizza un conto da capogiro.
Conoscendo Castiglioni, il processo non sarà nè breve nè semplice: anche se la Finanza è riuscita a ottenere dal gip del Tribunale di Spoleto gli arresti domiciliari, l’imprenditore metterà in campo schiere di avvocati per cercare di dimostrare che le operazioni non erano solo fattibili, ma anche perfettamente legittime.
Come perfettamente legittimo è stato d’altra parte il riassetto societario che nell’ultimo anno ha interessato praticamente tutto il gruppo.
Tosi a parte, della quale Casti Group detiene oggi solo il 15% delle quote azionarie e per la quale il Tribunale di Milano ha già dichiarato lo stato di insolvenza ammettendola un anno fa all’amministrazione straordinaria, nei mesi scorsi Castiglioni aveva liquidato Siac Spa conferendola nella Siac International Srl, per la quale lo scorso 5 maggio avanzato richiesta di concordato preventivo al Tribunale di Varese. Altri concordati erano stati chiesti per diverse delle 14 aziende del gruppo che erano poi state conferite in International Sas, la società-contenitore alla quale ancora oggi fanno capo le realtà più sane del gruppo.
Passaggi legittimi ma complessi, che oggi il comando della Gdf sta mettendo sotto il microscopio.
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