LA RASSEGNA
«Cosa può fare l’arte davanti alla guerra?»
Via alla ventiquattresima edizione del BAff, Busto Arsizio Film Festival, con la proiezione del film documentario “Turn in the Wound”
«Cosa può fare l’arte davanti alla guerra?». Con questa domanda, che introduce alla proiezione del film documentario “Turn in the Wound”, il più recente lavoro del regista Abel Ferrara, si è aperta sabato sera, 21 marzo, al teatro Sociale Delia Cajelli di Busto Arsizio, la ventiquattresima edizione del BAff, Busto Arsizio Film Festival.
Una domanda con la quale il direttore artistico del festival, Giulio Sangiorgio, che ha introdotto la serata, dopo i saluti portati dal presidente della manifestazione, Gabriele Tosi, e dal sindaco di Busto Arsizio Emanuele Antonelli, presente con l’assessora alla cultura Manuela Maffioli, ha preparato non solo alla visione del film, ma anche al seguente incontro con il regista stesso.
«”Turn in the Wound” – aggiunge Sangiorgio, che, nel pomeriggio di sabato ha anche tenuto proprio un masterclass sulla cinematografia di Ferrara – è un documentario che però ha in qualche modo le stesse caratteristiche del cinema passato di Ferrara, anche se sembra diversissimo, perché è un film composto da testimonianze sulla guerra in Ucraina da una parte e, dall’altra, dalle performance di Patti Smith che legge anche alcune poesie. Potrebbero essere due film diversi. Sono lo stesso film. E sono lo stesso film per un motivo: perché la domanda alla fine sottesa è: cosa può fare l’arte di fronte alla guerra? Cosa può fare l’uomo di fronte al Male? Il tema del Male, che Ferrara ha approfondito nel suo cinema che portava avanti negli Anni Novanta e che adesso porta sempre avanti, anche se in altri modi».
Un maestro del cinema, Abel Ferrara, una delle figure principali del cinema statunitense negli Anni Novanta, quest’anno anche voluto come comparsa nel film “Marty Supreme”, candidato all’Oscar, del regista Josh Safdie, che, prosegue Sangiorgio, ha così «in qualche modo ritenuto di dover omaggiare un grande maestro del cinema newyorkese con cui è cresciuto e che ha fatto tanto per il cinema americano». «Ferrara - aggiunge - è un regista da sempre molto sfuggente che è riuscito a mettere insieme l’underground, il cinema di John Cassavetes, quindi un cinema più di ambito teatrale, un cinema urbano newyorkese sui marginali». E, ribadisce, «soprattutto sul rapporto tra l’uomo e il Male, cioè come si trova l’uomo di fronte al Male, in un cinema che è ferito, slabbrato, mai composto, sempre ribollente. Ed è interessante vedere il suo percorso anche dopo, diciamo, questo periodo di grande consacrazione, perché è sempre stato un regista irrequieto che, anche quando si è trasferito in Italia, ha iniziato a fare un cinema assolutamente uguale a nient’altro».
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