VIAGGI A RISCHIO
Guerra, crisi carburante, voli cancellati: «Prepariamoci al peggio»
La chiusura dello Stretto di Hormuz getta nell’incertezza le compagnie aeree
Dal jet-lag al jet-fuel. Bei tempi quando per chi volava il rischio più grande era quello di saltare qualche notte di sonno per via dei fusi orari. Con la crisi scaturita dalla guerra in Medioriente e dal blocco delle forniture di greggio dallo Stretto di Hormuz, per i passeggeri cresce ogni giorno il rischio di rimanere a terra e rinunciare a vacanze e viaggi per la cancellazione dei voli che i vettori stanno praticando ormai da qualche tempo. La mancanza di cherosene per gli aerei, soprattutto in questa fase d’incertezza sulla possibilità di rifornire gli aeroporti, dove è già iniziato il ricorso alle riserve di carburante presenti in Europa, ha spinto diverse compagnie - a cominciare dal colosso Lufthansa che controlla Swiss, Ita Airways, Austrian Airlines, Brussels Airlines, Eurowings, Discover, Air Dolomiti - a cancellare entro ottobre 20mila voli affidati in gran parte a CityLine, la divisione regionale che anticiperà la chiusura già prevista per il 2027.
Voli “tagliati”
Secondo i dati elaborati dalla piattaforma specializzata Cirium, società leader nell’analisi dei dati dei voli commerciali, oltre alla compagnia tedesca che nel secondo semestre ha tagliato 6.900 voli (570mila posti cancellati), tra aprile e giugno hanno provveduto a ridurre la propria offerta anche altri vettori importanti come Air France (4.400 voli e 645mila posti) e British Airways (2000 voli e 190mila posti). In realtà, la programmazione dei voli commerciali europei per il 2026 aveva previsto una crescita solo dimezzata (attualmente è al 3,5%) dagli eventi legati alla crisi internazionale. La chiusura dello Stretto di Hormuz e il balzo dei prezzi del cherosene (raddoppiato rispetto a fine febbraio) hanno creato una situazione di totale incertezza. Al punto che il Ceo di una compagnia aerea europea ha dichiarato: «Non ho mai visto una cosa del genere: nessuno sa niente, nessuno vuole sbilanciarsi oltre la fine del mese. Ci prepariamo al peggio». Si naviga a vista e pare che fine maggio siano le colonne d’Ercole oltre cui nessuno si sente di fare previsioni o analisi. «Forniture garantite fino a maggio, dopo non ho idea, tiriamo tutti a indovinare», ha commentato Michael O’Leary, Ceo di Ryan Air.
Alto rischio
Se la guerra dovesse proseguire, il rischio che a settembre in Europa non ci sia più una goccia di cherosene è concreto, come ha spiegato un funzionario di una compagnia low-cost. Oltre al “buco” creato dal 20% di carburante che non arriva più da Hormuz (da maggio-giugno in poi le compagnie europee dovranno trovare da qualche parte mezzo milione di barili di cherosene al giorno), e che ci impiegherebbe almeno 3-4 mesi per riprendere il suo normale flusso una volta chiusa la crisi, si sta esaurendo l’effetto del cuscinetto costituito dal petrolio in arrivo sulle navi cisterna dagli Stati Uniti e dalla Nigeria, in questo caso costringendo i vettori aerei a organizzare in proprio il trasporto del carburante, senza passare dai broker come di regola. Ma queste circostanze, unite al fatto che è venuta a mancare la fornitura mediorientale e quella cinese, e che le raffinerie europee stanno calando il ritmo che gli ha permesso di tamponare l’emergenza, sta per scatenare quella che alcuni hanno definito una “tempesta perfetta” sui cieli d’Europa.
All’interno della Prealpina di mercoledì 6 maggio otto pagine di Economix week, il settimanale dedicato ai temi dell’economia
Salvatore Maria Righi
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