IN TRIBUNALE
Truffe agli anziani, «condannate la banda»
Chieste pene per quasi 40 anni di carcere per otto sinti
Furti nelle abitazioni degli anziani con la tecnica del finto addetto del gas o dell’acquedotto, spesso accompagnato da falsi carabinieri o vigili urbani: chieste otto condanne, per un totale di quasi quarant’anni di reclusione, per altrettanti imputati di etnia sinti, sei dei quali arrestati dai carabinieri di Luino lo scorso giugno al termine di un’inchiesta su trenta colpi messi a segno, o solo tentati, tra le province di Varese (26), Como e Milano a partire dal settembre 2024. Arresti arrivati al termine di mesi di pedinamenti, intercettazioni e tracciamenti di veicoli.
Tutto in famiglia
La richiesta è stata formulata dal pubblico ministero Marialina Contaldo durante il processo, con rito abbreviato, celebrato davanti al gup Niccolò Bernardi. Il quale emetterà la sentenza ai primi di marzo. A sette degli otto membri della banda (residenti tra Piemonte, Liguria e Brianza) viene contestata l’associazione per delinquere finalizzata a commettere furti in abitazione ai danni di pensionati. Componenti del gruppo che sono imparentati tra loro: nell’elenco figurano, infatti, mogli, figli e generi dei due presunti promotori dell‘organizzazione. Secondo la ricostruzione dell’accusa, ognuno aveva il proprio ruolo: c’era il leader che prendeva le decisioni, il telefonista, l’autista, il finto operaio e il finto militare. E la banda poteva contare anche sulla disponibilità di auto e targhe clonate usate per i furti.
«Metta i gioielli nel frigo»
La tecnica usata era sempre la stessa. Uno o due componenti del gruppo si presentavano nell’abitazione della vittima spacciandosi per tecnici del servizio idrico o della rete del metano, spesso con giubbotti o tesserini fasulli e in collegamento telefonico con un’inesistente “centrale operativa”, sostenendo di dover verificare una perdita di gas o una contaminazione dell’acqua. Invitavano gli anziani a mettere al sicuro denaro e gioielli, in un luogo “protetto”, come il forno o il frigorifero. A volte, per rendere più credibile la scena, veniva spruzzato uno spray dall’odore acre e arrivava anche un complice in divisa delle forze dell’ordine. Infine i ladri sparivano con il bottino, soprattutto anelli e collane, ma pure contanti e buoni postali. Per un totale di diverse centinaia di migliaia di euro. In alcuni casi, il furto è fallito per la reazione della vittima o per l’arrivo della badante.
Risarcita una parte civile
Le pene chieste dalla Procura vanno da un massimo di otto anni e mezzo per il capo della banda a tredici mesi per chi aveva un ruolo secondario (a un solo imputato è contestata la ricettazione). Delle due vittime che si erano costituite parte civile all’apertura dell’udienza preliminare, una è uscita di scena dopo aver ottenuto un assegno a titolo di risarcimento. Il collegio difensivo ha invece chiesto l’assoluzione degli imputati per buona parte degli episodi, contestando in primis l’esistenza dell’associazione per delinquere e sostenendo la mancanza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti dei loro assistiti, che non sarebbero stati identificati attraverso riconoscimenti fotografici ma sulla base dello stesso modus operandi nei vari colpi e delle descrizioni, a volte vaghe, fornite dalle persone offese.
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