PROCESSO
«Condannate l’orco a dieci anni»
L’uomo è accusato di avere abusato della figlia disabile. La parola alla difesa
La storia è orripilante. Un ottantaduenne depravato, con una moglie demente conclamata e una figlia disabile di cui lui approfittava.
Ieri il pubblico ministero Rossella Incardona, titolare dell’indagine partita la scorsa estate, ha ricostruito nel dettaglio gli abusi a cui è stata sottoposta la quarantaquattrenne e al termine della requisitoria ha chiesto ben dieci anni di reclusione, non pochi considerando la scelta dell’imputato del rito abbreviato.
Il gup Piera Bossi ha rinviato l’udienza per dare la parola all’avvocato Ermanno Talamone, difensore dell’ottantaduenne, e a uno dei legali di parte civile Maria Cristina Marrapodi.
All’inizio di maggio l’avvocato Talamone aveva proposto un patteggiamento a due anni, ma il pm Incardona non lo accolse. Troppo gravi i fatti di violenza sessuale contestati per concedere il comma della lieve entità.
Le condizioni di quella famiglia a dir poco degradata emersero solo ad agosto. La squadra mobile di Varese accertò che l’ottantaduenne di origini siciliane avrebbe ripetutamente insidiato e approfittato della figlia che da ventiquattro anni è in cura al Cps. La donna infatti soffre di sindrome affettiva bipolare, ritardo mentale e di lieve disturbo di personalità dipendente.
I primi approcci morbosi del padre orco risalirebbero addirittura a quando la vittima aveva nove anni. Nessuno si era mai accorto di nulla. A luglio però la quarantaquattrenne tentò il suicidio gettandosi sotto un treno; sopravvissuta per miracolo, venne ricoverata in un centro specializzato per la riabilitazione. Fu il personale sanitario a scoprire il rapporto patologico tra genitore e figlia, osservando il comportamento dell’imputato visita dopo visita. I medici fecero la segnalazione e gli investigatori avviarono subito gli accertamenti.
Gli agenti collocarono nella stanza della degente videocamere e cimici e misero sotto controllo i telefoni. E accertarono una realtà sconcertante dal punto di vista sociologico e culturale. Le attenzioni riservate alla figlia erano a dir poco lascive, tra baci sulla bocca, palpeggiamenti nelle parti intime, abbracci libidinosi a cui lei si opponeva sì, ma blandamente, perché in fondo era succube affettivamente e psicologicamente del padre.
Per cercare di “sedurla”, visto che a quanto pare non riuscì mai ad andare fino in fondo, l’uomo usava addirittura il ricatto squallido: sigarette da cui lei era dipendente, fichi e brioche di cui era particolarmente golosa, in cambio della sua disponibilità sessuale. «Papà vuole la tua patata, sei troppo bella», era la frase costante, ossessiva che l’anziano ripeteva alla figlia durante il ricovero. Venne arrestato, ora però è ai domiciliari.
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