IL TEST
Gallarate non mangia in inglese
Tanti stranieri habitué della ztl. Mancano i menù con la lingua internazionale
Do you speak English? Parli inglese? La domanda in questi giorni piove su ristoratori e commercianti del centro, ora che in città gira una ventina di liceali tedeschi che parlano poco italiano. I ragazzi sono in visita in Lombardia per uno scambio culturale legato all’universo scolastico e i locali della zona a traffico limitato, forse più di quelli di tutto il resto di Gallarate, saranno chiamati ad accoglierli. Ma anche una volta ripartita la comitiva, sulla città ruota la presenza del personale in servizio a Malpensa.
«Clienti stranieri quasi tutte le sere», spiegavano l’altra mattina da un ristorante di piazza Libertà. «La domenica mattina il 30 per cento dei clienti è composto da stranieri che parlano soprattutto inglese e spagnolo: sono piloti e le loro famiglie», le parole del gestore di un bar di piazza Guenzati.
E come se la cavano i commercianti? L’inglese, quantomeno scolastico, è ormai una competenza base per la fetta più giovane di chi lavora in centro, ma parlarlo in modo fluente non è ancora uno dei requisiti richiesti quando si cercano addetti da inserire nella rosa del personale. E per il menu la lingua straniera resta affidata al fai da te.
«Essere pronti ad accogliere i clienti dall’estero non solo si può, ma si deve», sottolineano dalla gastronomia sotto i portici. «Parliamo inglese e un po’ di francese. Abbiamo un cliente fisso che viene dal Canada ogni volta che è di passaggio in zona per lavoro: viene a prendere il pecorino. Ma vengono anche francesi e svizzeri», ricordavano l’altro giorno dal negozio.
Del resto, a guardarsi intorno in centro sono tanti i posti come il negozio di specialità gastronomiche che potrebbero attirare uno straniero. Butti l’occhio o chiedi qua e là, però, e le indicazioni per i clienti sono sempre o quasi in italiano. «Spieghiamo noi il menu in inglese», la risposta del ristorante sotto i portici dove la conoscenza della lingua non è affatto una barriera. «In qualche modo ci si capisce», la risposta invece di un altro paio di attività della zona pedonale. «Conoscenza dell’inglese nella media, menu in lingua straniera no e qui la conoscenza dell’inglese non è tra le caratteristiche richieste quando si assume il personale», la spiegazione di un locale dove pure, l’altra mattina, stava seduta ad un tavolino una coppia di tedeschi accompagnata da un ragazzino. Clienti da fuori i confini nazionali almeno un paio di volte al mese anche in un pub di via San Giovanni Bosco: «Parliamo le lingue», spiegavano i gestori l’altro giorno.
In un esercizio accanto a Palazzo Borghi l’idea del menu in inglese era stata presa in considerazione, qualche tempo fa, sfruttando la presenza di un dipendente particolarmente abile con la lingua straniera. Poi la trasposizione attraverso i qr code della lista avrebbe reso pesante il risultato finale. Ma l’ipotesi non è campata per aria a sentire chi lavora molto con i clienti dall’estero. «Non è una necessità perché ho lavorato a Cuba e conosco lo spagnolo», dicevano venerdì da piazza Guenzati. «Ma ci si può pensare. Ci sono domeniche in cui i clienti stranieri sono davvero tanti».
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