IL RICORSO
Condannato a sua insaputa e incarcerato
Gazzada, trentenne si dice innocente: «A quell’ora lavoravo, lo dice la busta paga»
La vigilia di Natale del 2022 gli è stato notificato un provvedimento di carcerazione ed è entrato in una cella dei Miogni per scontare una pena di quattro anni e mezzo di reclusione a causa di un furto in abitazione compiuto il 27 settembre 2017 a Cadorago. «Ma quel giorno, all’ora del colpo, io ero al lavoro, a Castronno. E la busta paga lo conferma», sostiene il trentenne che è stato condannato prima dal Tribunale di Como, poi dalla Corte d’appello di Milano.
Una sentenza passata in giudicato senza che lui ne sapesse nulla. Per questo il suo difensore (l’avvocato Fabio Bottinelli, nominato di fiducia dopo l’arresto) ha presentato istanza di rescissione del giudicato, il mezzo di impugnazione finalizzato ad annullare la sentenza relativa a un processo di cui il condannato è all’oscuro - istanza già respinta e che sarà prossimamente discussa in Cassazione. E ora si appresta anche a chiedere la revisione del processo, sulla base di nuovi elementi.
LA VICENDA
Protagonista della vicenda è Nikolas Marcello Renzo, che all’epoca del furto viveva a Castiglione Olona e aveva 24 anni. All’origine di questo caso giudiziario c’è indubbiamente anche il suo comportamento processuale, legato peraltro a un passato di problemi di tossicodipendenza: non ha infatti mai ritirato gli atti giudiziari che gli erano stati notificati. E quindi non sapeva di essere sotto processo per un furto commesso da due uomini, alle 10 di mattina, in una villetta del paese in provincia di Como. I padroni di casa erano assenti, c’era solo una loro parente disabile che fu alzata di peso, messa sul montascale e portata al piano terra, in modo da non disturbare il “lavoro” dei malviventi. Ma la donna riuscì a lanciare l’allarme e così sul posto accorse la figlia dei proprietari, che incrociò i due uomini - con tanto di falso tesserino dei carabinieri - che fuggivano con il bottino, una collana e due orecchini d’oro e perle. Ed è stata proprio lei a riconoscere, su un album fotografico mostratole dalle forze dell’ordine, Renzo e il suo complice (che ha patteggiato). Entrambi - recita la sentenza - «pregiudicati per reati della stessa indole». Ed è essenzialmente su questo riconoscimento - sottolinea l’avvocato - che si fonda la doppia condanna.
«Peraltro la signora sostiene che il ladro era senza occhiali, ma Renzo li porta sempre, non può farne a meno». Ma il punto decisivo, continua il legale, è l’alibi che l’imputato non ha potuto dimostrare nel dibattimento: la sua presenza sul posto di lavoro il giorno e l’ora del furto, a 37 chilometri di distanza. Alibi confermato dal cedolino e dal foglio presenze della ditta di Castronno, e che ora l’avvocato conta di far valere nelle istanze di rescissione e revisione. La prima, però, è già stata respinta dalla Corte d’appello, perché tardiva, cioè presentata oltre il termine di 30 giorni dalla data di conoscenza della sentenza definitiva. Un ritardo secondo il legale imputabile al fatto che, con le festività natalizie e di fine anno e il fascicolo “in transito” da Milano a Como, per lui non è stato possibile entrare in possesso degli atti da impugnare. Da qui il ricorso in Cassazione, al quale si abbina la richiesta di revisione, che può essere basata sull’esistenza di nuove prove. A causa della detenzione il ragazzo è stato licenziato dall'azienda in cui lavorava e il suo difensore è anche preoccupato per le sue «condizioni di salute mentale molto precarie perché non riesce a convincersi delle ragioni della sua carcerazione».
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