IL PROCESSO
«I colpi con la mazza, le coltellate fatali». E la tragedia
La ricostruzione del delitto di casbeno da parte del medico legale. Per l’uccisione di Fabio Limido è in carcere l’ex genero, Marco Manfrinati
Prima i colpi con la mazza da golf sferrati da Fabio Limido, poi le coltellate fatali inferte da Marco Manfrinati. Nell’aula bunker del Tribunale sono stati ricostruiti gli ultimi attimi di vita di Fabio Limido, che la mattina del 6 maggio 2024, in via Menotti a Casbeno, scese in strada con un “ferro 5” in difesa della figlia Lavinia, aggredita dall’ex marito Marco Manfrinati. Una mazza con cui l’imprenditore di 71 anni si scagliò contro il genero e l’auto su cui quest’ultimo stava cercando di risalire dopo aver accoltellato l’ex moglie.
Il sangue sull’impugnatura della mazza
Nell’udienza di ieri davanti alla Corte d’Assise, che sta processando Manfrinati per omicidio e tentato omicidio, ieri ha preso la parola il medico legale Francesco Maria Avato, consulente nominato dal difensore dell’imputato, l’avvocato Elio Giannangeli. Dopo aver esaminato il video ripreso dalle telecamere dell’azienda dei Limido e la documentazione agli atti, il professore (in passato consulente della difesa di Alberto Stasi nel caso Garlasco) ha ricostruito la dinamica dei concitati istanti tra le coltellate a Lavinia e quelle a sue padre. «In sintesi, c’è una prima fase in cui Manfrinati viene colpito alla coscia e al braccio sinistro - ha spiegato Avato - Poi inizia una contesa, con uno che cerca di strappare la mazza all’altro che non cede. Un tira e molla durante il quale l’imputato riporta lesioni da percosse ancora al braccio e al dorso, oltre a una, da compressione, al collo». Ma in quel momento - è la tesi dell’esperto - Manfrinati non aveva ancora sferrato le coltellate letali a Limido, «altrimenti sull’impugnatura del ferro ci sarebbe stato anche dna ematico della vittima, mentre è stato trovato sangue del solo imputato».
L’infiammazione alla spalla
Del resto, fin dalle prime ore dopo l’arresto l’ex avvocato ha sostenuto la tesi della legittima difesa («Mi sentivo minacciato»), ribadita anche nei colloqui per la perizia psichiatrica che ha stabilito la sua capacità di intendere e volere, quindi l’imputabilità. Rispondendo alle domande del legale di parte civile, Fabio Ambrosetti, il professor Avato s’è anche concentrato sui problemi di salute di Limido, che era affetto da periartrite scapolo-omerale, un’infiammazione della spalla: «I movimenti che si vedono nel video non sono compatibili con una fase acuta della patologia». Cioè, «in quel momento Limido non aveva limitazioni funzionali». Un particolare importante alla luce dell’aggravante della “minorata difesa” che viene contestata dal pm Maria Claudia Contini. La quale, nella prossima udienza, il 10 luglio, formulerà la richiesta di condanna. L’arringa della difesa è in programma una settimana più tardi, la sentenza il 25 settembre.
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