MONDO E REGOLE
I dazi di Trump, le paure mondiali e le carte jolly degli imprenditori
Il presidente degli Stati Uniti minaccia tutti: è la sua strategia, ma poi ha bisogno della nostra tecnologia
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha una dote che non è di tutti: quando illustra le sue strategie per governare il Paese, riesce a far sì che tutto il mondo resti con il fiato sospeso. Lo si è visto in queste settimane, soprattutto dopo la decisione di applicare dazi commerciali a Canada e Messico. «Allora fa sul serio», hanno pensato un po’ tutti, dai politici agli imprenditori, perfino i consumatori. «Che cosa accadrà alle nostre esportazioni?», è il dubbio che resta per il momento irrisolto tra chi ha nel manifatturiero il perno della sua attività lavorativa. Ecco perchè Prealpina ha scelto di approfondire il tema delle esportazioni, con uno workshop dedicato al tema, che ha visto confrontarsi esperti e imprenditori. A condividere le loro esperienze e le loro riflessioni sono stati Massimo Fabio (Kpmg), Barbara Colombo (Ficep), Riccardo Comerio (Ercole Comerio) e Fabio Liberali (Lu-Ve group).
IL RICATTO E LA REALTÀ
Un elemento è emerso con chiarezza. Trump utilizza i dazi come strumento politico. La spara grossa, così che il Paese (o il bersaglio?) colpito intavoli una trattativa in cui il tema economico è in secondo piano. Lo si è visto subito con il Messico. Allora il punto chiave deve essere uno solo: comprendere quale possa essere la strategia di Trump per l’Europa. Perché l’inquilino della casa Bianca, di sicuro, non è uno sprovveduto. Anzi, È abile politico e pure capace imprenditore. Sa anche, ad esempio, ma ovviamente non lo dice, che hanno ragione quegli analisti che subito hanno sottolineato come, nel caso in cui fossero applicati i dazi, i consumatori americani dovrebbero sborsare ciascuno circa 1.200 dollari in più all’anno. Dove andrebbero a finire, allora, le sue promesse di rendere di nuovo grande l’America?
REINDUSTRIALIZZAZIONE
E proprio nella volontà di far tornare l’America grande da un punto di vista industriale si nasconde l’arma migliore che le nostre industrie - anche quelle quelle della provincia di Varese - possono giocare per non lasciarsi spaventare dai dazi (se mai ci saranno) e cogliere nuove opportunità. Sì perché la reindustrializzazione è possibile solo con macchinari che si realizzano in Europa e, nello specifico, anche in provincia di Varese. C’è un gap lungo trent’anni che l’America vive sul fronte della tecnologia industriale e che non sarà in grado di colmare nel breve periodo. Trump ha bisogno di importare da noi le macchine. Ha anche bisogno di figure professionali in grado di farle funzionare: oggi negli Stati Uniti non ci sono. E anche i nostri imprenditori che hanno aziende in loco fanno fatica a trovarli. E non si pensi neppure che gli americani siano dipendenti fedeli: il turn over è altissimo. E c’è chi magari lascia un lavoro in fabbrica per essere assunto da Starbucks.
E L’EUROPA CHE FA?
Tutto risolto allora? Ovviamente no. Per giocare questa partita le imprese devono essere competitive. E qui entra in gioco l’Europa, che, oggi, è la vera preoccupazione degli imprenditori. Bruxelles è chiamata a cambiare rotta, a trovare strumenti che sostengano la competitività del sistema economico. A cominciare, ad esempio, dai costi energetici.
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