RADICI
L’editto del Re Bosino: «Dialetto patrimonio dell’Umanità»
La proposta di Antonio Borgato per salvare la nostra storia
Chissà che un giorno anche i tanti dialetti del Bel Paese possano venire inclusi dall’Unesco del Patrimonio Immateriale dell’Umanità. A pensarci bene, nella loro volatilità (verba volant) rappresentano la nostra storia proprio come un’opera d’arte o un paesaggio o, per restare alla cronaca degli ultimi mesi, i meravigliosi piatti della nostra cucina.
Il secondo corso
Ne è convinto Antonio Borgato, il Re Bosino che al di là della veste carnevalesca con cui i più lo identificano, è apprezzato autore in prosa e teatrale, poeta, insegnante di dialetto. Dopo il successo, l’autunno passato, del primo corso, Famiglia Bosina ha proposto dal 13 aprile al 29 giugno “Parlà e scriìv busìn”, secondo appuntamento dedicato al dialetto (sede ANCE di via Cavour a Varese, aperto a tutti senza limiti di età). C’è da chiedersi quali siano i motivi di questo “ritorno di fiamma” e se, in un mondo ormai globalizzato, resista ancora il bisogno di conoscere una lingua ormai consegnata al passato. «Perché latino e greco sono considerate lingue morte eppure a scuola si studiano ancora? Perché rappresentano la storia dell’Occidente e senza storia non andiamo da nessuna parte - risponde Borgato -. La stessa cosa deve valere anche per il dialetto, che rappresenta appunto la storia della nostra gente, dei nostri avi, dei nostri paesi pur nella diversità che caratterizza un luogo dall’altro, anche se magari distante un tiro di schioppo».
Un peccato mortale
Sembra però una faccenda per addetti ai lavori, per appassionati di storia locale e nient’altro. Invece il primo corso ha raccolto 18 iscritti e diverse altre richieste sono state respinte per mantenere un rapporto numerico e qualitativo soddisfacente tra docenti e allievi. C’è dunque dell’altro, oltre alla passione per il passato? «C’è il desiderio e perfino la necessità di scoprire chi si è - risponde Lidia Munaretti, anche lei poetessa in vernacolo e in cattedra al corso - utilizzando il modo di esprimersi da cui tutti, più o meno, arriviamo. Quando una lingua muore, con essa muoiono anche le radici della gente che l’ha sempre usata. A mio parere, un peccato mortale, appunto. Ecco, allora, che durante il primo corso sono emerse le esperienze di ciascuno perché ogni iscritto tirava fuori i propri ricordi e capiva che solo esprimendoli in dialetto poteva avvicinarsi al concetto originario. Per tutti, me compresa, è stata una esperienza umana e culturale straordinaria».
I buoni villici
Non c’entrano la politica o la nostalgia e neppure il ricordo edulcorato dei «nostri buoni villici», per dirla col titolo di uno dei libri più noti di Speri Della Chiesa Jemoli, sorta di vate del dialetto bosino. C’entra invece la volontà (di una minoranza, certo, ma agguerrita e forse meno minoranza rispetto a pochi decenni fa quando il dialetto era messo all’indice come simbolo di povertà non soltanto espressiva) di appellarsi ad una “resistenza in lingua” per non naufragare nel mare globalizzato della cultura che ci circonda.
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