LA SENTENZA
Ingoiò un telefono: detenuto assolto
L'uomo, un 41enne, si trova ora nel carcere di Busto Arsizio
Ingoiò un mini-telefono cellulare all’epoca in cui era recluso a San Vittore. Per questo, un pregiudicato di 41 anni, ora detenuto nella casa circondariale di Busto Arsizio, fu condannato in abbreviato dal gip del Tribunale di Milano a otto mesi di reclusione. Il reato contestato? Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti. Un’imputazione da cui l’imputato, assistito dall’avvocata Manuela Squellati, è stato assolto in appello «perché il fatto non sussiste». E questo perché semplicemente il telefono che aveva ingoiato non era più in grado di funzionare.
I fatti risalgono al 23 maggio di quasi tre anni fa. Nel corso di un’ispezione di routine effettuata all’interno delle celle dell’istituto di pena milanese, gli agenti della polizia penitenziaria si insospettirono, e non poco, di fronte al nervosismo eccessivo manifestato da quel detenuto di solito molto tranquillo. Per non sapere né leggere né scrivere, lo sottoposero a una perquisizione con il metal detector che, non senza sorpresa, emise un avviso di allarme all’altezza dell’addome del detenuto. L’uomo fu quindi portato nel reparto infermeria, ma prima ancora di sottoporlo a una lastra, il pregiudicato confidò che sì, aveva nella pancia un mini-cellulare - per altro privo di scheda sim.
“Liberatosi” senza bisogno di assistenza sanitaria del mini-cellulare, il detenuto raccontò agli inquirenti di essere stato avvicinato nei giorni immediatamente precedenti da altri tre, quattro compagni di galera e di essere stato costretto di custodire per alcuni giorni il telefonino. Altrimenti avrebbero fatto del male a lui e ai suoi familiari. Vero o falso che fosse, sta di fatto che, coloro che gli diedero in consegna l’apparecchio, glielo chiedevano ogni giorno per qualche ora, presumibilmente per utilizzarlo, e poi glielo riaffidavano. In cambio, per pagagli il disturbo, gli passavano qualche grammo di hashish.
Lo stesso schema fu ripetuto anche nei giorni successivi. Poi, forse per paura che la polizia penitenziaria lo scoprisse, dopo che un altro mini-cellulare era stato nel frattempo rivenuto nello stesso penitenziario, l’uomo decise di farlo sparire. Ma come? A quel punto, la soluzione che gli era sembrata più semplice era stata quella di ingoiarlo.
Il resto è storia nota. Che cosa ha convinto dell’atto di impugnazione i giudici della terza Corte d’Appello di Milano? Innanzitutto, che non è stato provato che il mini-telefono cellulare fosse funzionate e in grado di effettuare chiamate; in seconda battuta, che quel modello, custodito sotto minaccia dell’imputato, non funzionava nemmeno con la rete Internet e, per di più, non aveva nessuna scheda Sim. Quindi nessuna comunicazione era possibile.
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