LA GUIDA
Luino incorona la sua Regina: sessant’anni dietro il bancone
Un punto di riferimento per la comunità: riconosciuti la professionalità e l’impegno
Luino ha festeggiato la sua Regina, capace di rimanere sulla cresta dell’onda quanto l’inquilina di Buckingham Palace.
Regina Stefanoni, classe 1935, è infatti presente in piazza Garibaldi dal 1960 con il suo Bar Mario. Ben 60 anni di attività compiuti in questa ultima decade accanto ai figli Paolo e Cesare.
Rotary Club Laveno-Luino «Alto Verbano» e Ascom Luino, insieme all’assessore alla cultura, Serena Botta - ieri hanno consegnato un mazzo di fiori, un biglietto speciale composto da una giovane e due targhe:
La prima per «la professionalità e il costante impegno» e la seconda per «la Regina del bar cumanda lee, ghe n’è mia de ball».
I due presidenti delle associazioni, rispettivamente Francesco Surace e Franco Vitella, hanno ricordato come da questo luogo sia passata la storia fatta certamente di sacrifici ma anche di una comunità con le sue variegate figure «d’acqua dolce».
Regina si è commossa, ma solo un attimo per poi riprendere il piglio e l’istinto consueto di chi, avendo attorno persone senza il bicchiere in mano, chiede subito «cosa bevi tu»?
Il bancone, gli specchi, le sedie, i santi appesi al frigorifero e quelli che guardano tra le bottiglie, i colori degli arredi: sembra di entrare in una sorta di camera di decompressione della storia da dove non si va avanti né indietro, come si fosse in un limbo dove anche il linguaggio di chi gioca a carte è rimasto intatto rispetto a quando da queste parti passava anche Piero Chiara a farsi rifare gli zoccoli al cavallo.
Perché la storia cominciata sessantanni fa dentro queste mura al civico 20 di piazza Garibaldi si intreccia con quelle del maniscalco Mario Badi, da lì il nome del bar, e suo figlio Augusto, marito della Regina, entrambi maniscalchi fino a passare il testimone al figlio Cesare che non esercita più la professione dalla morte del papà.
Quattro generazioni, con il bisnonno Severino, la stessa professione, svolta nel retrobottega del bar Mario, in una meravigliosa «officina del ferro di cavallo», con tanto di fucina, mantici, ferri normali e per patologie.
I cavalli non si ferrano più, fino agli anni ‘60 c’erano ancora carrozze in giro lungo il lago Maggiore, ma a Cesare, Paolo e a Regina riesce facile capire che problemi ha chi entra da quella porta, di che «ferro» ha bisogno per l’andatura.
Il locale è stato un ritrovo per i giovani, i tanti giovani che hanno avuto il loro bar Mario prima ancora di quello iconico cui si è ispirato Ligabue.
Giovani che sono cresciuti, hanno avuto figli e nipoti e tuttavia non hanno mai lasciato questo luogo che pullula di personaggi e aneddoti infiniti.
Il premio delle associazioni, il riconoscimento ed il tributo di stima e affetto anche di tanti amministratori locali negli anni passati, sono lì a ricordare la storia di una famiglia che si è fatta punto di riferimento per una comunità prima piccola, cresciuta poi negli anni all’ombra dei grandi platani con il mitico bianchino delle cinque.
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