DOPO IL FESTIVAL
“Per sempre sì”, Dimaggio: «Canzone piena di stereotipi»
L’assessore ai Servizi sociali di Varese al convegno “Parole d’odio, radice della violenza di genere” sul brano che ha vinto Sanremo
«Fino a che Sanremo lo vince una canzone degli anni ‘50, piena di stereotipi, c’è ancora molto da lavorare sul pregiudizio». È con questo richiamo diretto alla cultura popolare – e nello specifico alla canzone “Per sempre sì” di Sal Da Vinci – che l’assessora ai Servizi educativi di Varese, Rossella Dimaggio, è intervenuta giovedì mattina, 5 marzo, in apertura del convegno “Parole d’odio, radice della violenza di genere”, promosso da Amico Fragile e ospitato dal Collegio Cattaneo dell’Università dell’Insubria.
Il suo intervento ha preso le mosse da un assunto: «Le parole definiscono il pensiero». Secondo Dimaggio, «se le espressioni d’odio esplicite sono ormai facilmente identificabili, il vero pericolo risiede nei linguaggi subdoli che hanno plasmato la nostra identità nei secoli». Dai pilastri del pensiero occidentale come Aristotele e Pitagora, fino alla voce del popolo cristallizzata nei proverbi come «donne e buoi dei paesi tuoi», secondo l’assessora, siamo immersi in un sistema che ha definito il nostro modo di essere attraverso la discriminazione. Le parole della canzone vincitrice di Sanremo, con espressioni come “re”, “regina”, etc, non fanno eccezione.
CRISCUOLO: «L’UOMO FAGOCITATO DALLE RIVENDICAZIONI FEMMINISTE»
«Leggo le parole dell’assessore ai Servizi educativi Dimaggio e non posso che sorridere, non solo per la pochezza del discorso, nato da premesse roboanti (addirittura si cita Aristotele) ma soprattutto per il tentativo ormai diffuso nel nostro Paese, di rovesciare la realtà per veicolare messaggi privi di sostanza e contrari al buon senso – scrive Vittoria Criscuolo, vicepresidente nazionale del Comitato Pro-life insieme –. La discriminazione alla quale si riferisce Dimaggio sarebbe, ça va sans dire, quella femminile, forse preda del patriarcato ancora presente in Italia e realizzatasi quasi come un “manifesto maschilista” nella canzone vincitrice di Sanremo: “Fino a che Sanremo lo vince una canzone degli anni ‘50, piena di stereotipi, c’è ancora molto da lavorare sul pregiudizio”. A mio avviso, invece, il problema non sono i “linguaggi subdoli”, dei quali Dimaggio parla, bensì quelli espliciti, che trattano di violenza di genere quando non c’è e di prevaricazione maschile sul femminile quando non esiste, oppure che fanno dell’uomo un mostro a prescindere, annichilendo e decostruendo la famiglia naturale, ecc. Se davvero si vuole offrire un’analisi utile per la nostra società, serve sottolineare la scomparsa dell’uomo, della figura paterna, fagocitata dalle rivendicazioni femministe, quelle sì violente e aggressive. L’assessore dovrebbe chiedersi come ripristinare un clima di serenità e non mestare nel solito torbido, trito e ritrito preconcetto, del secolo scorso. Qualora la “rivoluzione” partisse da una canzone, votata a furor di popolo, sarebbe il caso di fermarsi a riflettere per capire dove stia andando la società, non dove una certa parte politica vorrebbe andasse».
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