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Tarocchi, da svago d’élite a divinazione
La grande riunione delle 74 carte del mazzo Colleoni a Bergamo. L’invenzione è italiana e si colloca tra fine del XIV e metà del XV secolo
Un tripudio di oro arricchito di decorazioni a punzone, di prezioso blu di lapislazzulo, di lamine d’argento per le bardature dei cavalli e le armature scintillanti, di vesti broccate e stemmi signorili: le 74 carte dei tarocchi commissionate da Francesco Sforza al cremonese Bonifacio Bembo, oggi divise tra l’Accademia Carrara di Bergamo, una collezione privata e la Morgan Library di New York, sono riunite nel museo bergamasco per la prima volta da quando il mazzo fu disperso. L’occasione della mostra nasce dal progetto di indagine diagnostica condotto a partire dal 2021 contemporaneamente in Italia, presso il laboratorio di restauro di Venaria Reale, e negli Stati Uniti presso la Morgan Library, il Metropolitan e la Beinecke Library dell’Università di Yale, dove sono conservate le carte del mazzo Visconti di Modrone. Grazie alle indagini, spiega il curatore, Paolo Plebani, conosciamo meglio la tecnica materiale di realizzazione delle carte: il supporto è un cartoncino formato da sei fogli di carta di cui l’ultimo è ripiegato sul bordo, a formare una specie di cornice (che nel tempo si è appiattita e quindi non si riconosce facilmente). «Dalle indagini è emerso un quadro di grande perizia tecnica nei vari passaggi della preparazione e di preziosità per i materiali usati». Il mazzo Colleoni, dice Plebani, «è uno dei pochi che ci consente di percepire il mazzo quasi nella sua interezza. Vederlo riunito dà una sensazione incredibile». L’occasione di questa eccezionale riunione ha avviato un progetto altrettanto unico: un viaggio nella storia e nella cultura dei tarocchi lungo sette secoli, dal Quattrocento ai nostri giorni, tra dipinti, arazzi, manoscritti miniati, oggetti d’uso che, grazie a prestigiosi prestiti nazionali e internazionali, approfondisce la storia, la committenza, gli artisti, le tecniche, la fortuna, le ispirazioni, il fascino che queste carte esercitano ancora oggi. Nel Quattrocento, nell’ambito delle corti dell’Italia settentrionale, il gioco dei tarocchi era noto come “triumphi” (la parola “tarocchi” pare sia stata introdotta per la prima volta in un documento del 1505), e le carte erano oggetti di pregio. La struttura del mazzo era già molto simile a quella odierna, ma i temi variavano da regione a regione. A nord delle Alpi, per esempio, compaiono scene di caccia e falconeria - in mostra c’è un rarissimo mazzo proveniente da Vienna che mostra levrieri e cavalieri in inseguimento. In Italia, invece, il simbolismo medievale si intrecciava con la cultura classica, la religione e il linguaggio figurativo del Rinascimento. Nelle prime sale sono così esposti codici miniati, come il Guiron le Courtois, e altri oggetti che evocano il gusto cortese e ricostruiscono l’immaginario che circondava i tarocchi. Nel Settecento i tarocchi si legarono al mondo dell’occultismo e alla cartomanzia divenendo uno strumento per la divinazione del futuro. Si tratta di un’invenzione del francese Antoine Court de Gébelin, appassionato di egittologia, che poi verrà trasmessa al secolo successivo, con il celebre mazzo dell’esoterista franco svizzero Oswald Wirth (presente in mostra) fino al mazzo disegnato nel 1909 da Pamela Colman Smith e Arthur Edward Waite. Si arriva così al Novecento e alle ricerche dei Surrealisti, che liberano i tarocchi dalla esclusiva funzione divinatoria e li portano a una nuova vitalità, come dimostrano Le Jeu de Marseille, il Gioco di Marsiglia, una variante ideata nel 1941 da un gruppo di surrealisti in fuga dalla Francia invasa dai nazisti, o come Le Surrealiste (1947) di Victor Brauner, un autoritratto nella veste della carta del bagatto, esplicitando il collegamento tra surrealismo e tarocchi. Importante il rapporto con i tarocchi di Niki de Saint Phalle e Leonora Carrington, presenti con opere che documentano l’uso dei tarocchi come strumento di riflessione sull’immaginazione, sull’identità e sul destino. La mostra si chiude con 22 acquerelli di grandi dimensioni dell’artista vivente Francesco Clemente, in cui l’artista fa impersonare le figure dei tarocchi ad amici e conoscenti e si ritrae nella carta del matto. Un po’ come aveva fatto Italo Calvino: ispirato dal mazzo Colleoni, aveva scritto Il castello dei destini incrociati e, in occasione della pubblicazione de I Tarocchi dei Visconti per l’editore Francesco Maria Ricci si era fatto fotografare come il Bagatto, il mago che apre la sequenza degli arcani maggiori.
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