LA MOSTRA
Un labirinto per imparare a stare insieme
Rirkrit Tiravanija all’HangarBicocca con installazioni interattive esplora l’arte relazionale come alternativa all’individualità
Una piattaforma sopraelevata, da cui si domina un labirinto di teli arancioni a sua volta popolato da tende da campeggio, tenda per il tè, casette per bimbi, ambienti abitabili, ospita alcuni visitatori; oltre, padiglioni agibili e palme, uno studio di registrazione; finalmente la fine del viaggio, la casa raggiunta. Questa è la struttura espositiva di The House that Jack Built, la personale, curata da Lucia Aspesi e Vicente Todolì, che Rirkrit Tiravanija (Buenos Aires, 1961; tra gli artisti più rappresentativi della sua generazione, importante codificatore dell’arte relazionale) presenta a HangarBicocca fino al 26 luglio: sembra richiamare la struttura di un romanzo fantasy,a sua volta metafora della Ricerca, umanamente inevitabile. Ma cosa andiamo cercando, secondo l’artista? Evidentemente, una forma dello “stare insieme”. Perché la mostra nelle intenzioni dell’artista non è pensata per essere contemplata ma agìta, operata, affinché si diventi protagonisti di uno ‘stare insieme’ che iscriva, sia pure per il tempo d’una visita, sia pure in un contesto laboratoriale quale quello d’un’esposizione d’arte, le esistenze di tutti nello sguardo di ciascuno: un atto di riconoscimento, almeno entro la comunità ristretta, e affine, dei visitatori.
Tiravanija allestisce situazioni in cui manipola in qualità di materiale artistico l’ambito dell’intersoggettività. Una ricerca artistica, quindi, a suo modo politica; in quanto proposta di un’ipotesi, minuta gracile (utopica?), di vita collettiva, discosta e laterale rispetto ad una visione individualistica e liberista.
Le Navate di HangarBicocca divengono così una sorta di palestra per prove di vita collettiva che si dipana tra architetture moderniste ricostruite in loco, ambiguamente esibite tra presa d’atto e posizionamento critico, perché diventino teatro di situazioni interattive proposte ai visitatori. Palestra e anche dispositivo estetico: più che a dar vita ad una micro-comunità effimera e transeunte, questi lavori sembrano votati all’apertura di una riflessione sulla stessa. Le opere, vale a dire, lasciano emergere il momento estetico di queste situazioni. Non è dunque il rapporto relazionale in sé a dover essere preso in considerazione, ma piuttosto le sue modalità d’esistenza: un tentativo di portare allo scoperto i modi in cui esso si articola. Siamo, in definitiva, invitati a valutare il ‘come’ delle relazioni che si sviluppano entro le situazioni collettive pre-disposte in mostra. Insomma, è proprio il momento estetico che consente l’apertura di una discussione sulle forme che l’intersoggettività acquisisce nella nostra società. E così, mentre si ascolta un gruppo suonare (Untitled 1996 (Reharseal Studio 6, open vers.)), ci si orienta in un labirinto, si cerca di comporre un impossibile puzzle (Untitled 1996 (pavilion, table and puzzle)), si prende un tè (Untitled 1992 (cure)) o si costruisce un origami (Untitled 2026 (demo station 9)) accompagnandosi a sconosciuti, non si può non riconoscere al lavoro di Tiravanija un merito che supera la sfera artistica: chiarificare come una comunità (al netto dei condizionamenti orchestrati dall’artista thailandese) si formi spontaneamente tra individui che hanno un (qualcosa di) ‘comune’ al quale volgersi e si riconoscono in elementi condivisi: in questo caso l’interesse per l’arte contemporanea.
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