LA MOSTRA
Un mistero del Seicento approda alla Züst
In Ticino la «Madre mendicante» del Maestro della tela jeans. La Fondazione Scholz dona un capolavoro alla Pinacoteca
Chi si cela dietro il nome convenzionale (e molto suggestivo) di Maestro della tela jeans? Nonostante decenni di studi, la sua identità anagrafica rimane ancora oggi sfuggente. La studiosa Gerlinde Gruber ha raccolto un gruppo di dipinti a lui riconducibili e ne ha tracciato un profilo, sottolineando il comune denominatore del tessuto di fustagno blu di origine genovese con cui veste i suoi personaggi, tessuto ampiamente utilizzato, a partire dal XVI secolo, per la sua resistenza prima per le vele delle navi e poi tra i lavoratori portuali, e diffusosi in ambito internazionale, destinato poi a diventare l’icona della modernità e popolare grazie alle grandi fabbriche americane (il denim). È proprio una delle prove più considerevoli di questo misterioso e affascinante maestro, Madre mendicante con due bambini, al centro di una recente acquisizione della Pinacoteca Züst di Rancate, che l’ha ricevuta come donazione grazie alla generosità della Fondazione Dr. Joseph Scholz, che da anni contribuisce ad arricchire le raccolte dei principali musei svizzeri, tra i quali il Kunsthaus di Zurigo. La fondazione svizzera aveva acquistato la tela dalla Galleria Canesso, fondata dal gaviratese Maurizio Canesso. Era stato Alessandro Morandotti a scoprirne la provenienza da Villa Airoldi ad Albiate, a cui era passata alla collezione di Luigi Koelliker e poi alla galleria milanese. «Grande e commosso narratore delle sofferenze degli umili», secondo Francesco Frangi e Morandotti, il Maestro della tela jeans si distingue per la sua capacità di rappresentare la marginalità con uno sguardo empatico e privo di retorica (come si può vedere nelle tre figure di mendicanti), meritevole di avere precorso i temi della pittura pauperistica di Giacomo Ceruti, in voga nel Seicento in Europa, che non disdegnava la raffigurazione di personaggi appartenenti alle classi sociali più umili, spesso vestiti di stracci e colti nella loro quotidianità. La nuova acquisizione, ci ha spiegato il direttore della pinacoteca Elio Schenini, è stata presentata in occasione della mostra dedicata all’arte tra XIV e XIX secolo nelle collezioni ticinesi. Un centinaio le opere esposte, a partire dal nucleo della Pinacoteca integrate con prestiti provenienti da altre istituzioni, come il Museo d’arte della Svizzera italiana, l’Archivio di Stato, il Museo di Casa Rusca, il Museo Vela, il Museo d’arte di Mendrisio, il Museo di Villa dei Cedri, il Museo storico etnografico della Valle di Blenio oltre che alcuni edifici ecclesiastici. Oltre ad alcuni dei capolavori dei due principali esponenti della pittura seicentesca ticinese Pier Francesco Mola e Giovanni Serodine, per il critico Roberto Longhi «non soltanto il più forte pittore del Canton Ticino, ma uno dei maggiori di tutto il Seicento italiano», figurano dipinti e sculture di Bernardino Luini, Tommaso Rodari, Domenico Fetti, Joos de Momper, Giuseppe Antonio Petrini, Angelika Kauffmann, Carlo Bossoli, Vincenzo Vela e Antonio Ciseri. Per l’occasione è stato inoltre anticipato il tema della mostra autunnale, di taglio scientifico, che sarà dedicata al ticinese Giuseppe Antonio Petrini (1677-1759), artista, spiega ancora Schenini, strettamente legato all’area lombarda (ha operato soprattutto in Valtellina e a Como) e piemontese, di cui la Pinacoteca Züst conserva una quindicina di dipinti, che dialogheranno con altri settanta provenienti da collezioni pubbliche e private, con opere inedite e tele che non si vedevano da molti anni. L’esposizione sarà l’occasione per fare il punto sugli studi dedicati all’artista.
© Riproduzione Riservata


