IN SCENA A VARESE
«Ci salverà la leggerezza»
Martedì sera l’atteso spettacolo di Silvio Raffo al Miv
Scena prima. Campo medio: un affollato bar del centro di Roma. È mattina, fuori piove. Il protagonista, al telefono col giornalista, assicura: «Viene giù forte. Ma smetterà presto».
Dettaglio: le dita del protagonista giocherellano con una penna. L’inquadratura scivola su un blocco note. Si leggono tre nomi: Dante, Emily Dickinson. E Dio.
Scusi ma che c’entrano tutti e tre insieme? Il protagonista sospira. Si chiama Silvio Raffo. Presentazioni inutili.
«C’entrano, c’entrano. Sto lavorando alla visione di Dio per l’Alighieri e Emily. Però adesso non divaghiamo. Piuttosto parliamo di Sylvius in the Moon, lo spettacolo di martedì sera al Miv di Varese».
Parliamone. Cominciamo dal manifesto dell’evento, con la sua figura di tre quarti che occupa metà del satellite terrestre? Riferimenti al lato oscuro in stile Pink Floyd?
«Mannò. Sto nella parte luminosa e numinosa della Luna. Come potrebbe essere altrimenti in questo delirio totale?».
Delirio?
«Ma certo. Un delirio cominciato con le ragazze terribili di Glamour Party, il mio primo spettacolo e proseguito poi con Deliro Ergo Sum. Sylvius in the Moon conclude una trilogia e lo fa col dono più grande che gli dèi possono farci».
Il fuoco?
«Macché! Bocciato! La risposta esatta è la leggerezza! Siamo tutti rintronati da quest’anno intriso di panico. Abbiamo bisogno di ritornare a essere leggeri, a spiegare le ali. A volare».
Come si fa a essere leggeri con questa spada di Damocle che è il Covid?
«Ci si può, anzi ci si deve, immergere in un delirio. Per esempio, il mio. Ossia un melange in cui si mescolano le adorabili canzoni della divina Wanda Osiris, alternate ai fantasmagorici video realizzati da Renzo e da Matteo Carnio e ancora al bel canto di Demis Roussos e...».
E lei?
«Io recito. Recito le mie poesie ma non solo. Appago il mio narcisismo traboccante».
Che fa, si schernisce o si schermisce?
«No, sono serio. A-do-ro recitare, cioè portare in scena in teatro e ovunque, quella che i più scambiano per superficialità ma che è invece la dimensione light cui si riferiva il grande Paolo Paoli. Proprio questo è il viatico dei contenuti più profondi. Quelli che poesia e prosa d’autore fanno emergere dal quotidiano».
Che cos’è la poesia?
«Per me è l’urgenza insopprimibile di rappresentare le percezioni che ho, dandogli forma musicale. È quello che Maria Luisa Spaziani definiva l’angelo custode che la visitava dalle dieci e un quarto alle undici e mezzo del mattino. È il proprio dàimon che detta parole perfette. Il compito del poeta è scrivere queste parole».
E la prosa?
«È la razionalità che ordina e coordina un’idea, che permette di dare vita a personaggi, a situazioni che finiscono per farti compagnia. I protagonisti dei romanzi talvolta diventano amici per la vita».
Anche a Porto Venere si sono convinti che lei è un campione di poesia e di prosa: il prossimo 26 settembre riceverà il Premio Lord Byron da Alessandro Quasimodo, figlio di Salvatore, che fu Nobel per la poesia.
«Sarà un onore e una gioia viepiù grande perché inaspettata. Mi fa molto piacere che la giuria abbia apprezzato sia la mia attività poetica (La Ferita Celeste, primo premio tra le opere edite) sia quella di romanziere (Il Segreto di Marie-Belle, premio speciale di alto merito)».
Ha già raccontato di quest’ennesimo alloro a Fleurange e a Victor?
«Certo! Perché mai dovrei nascondere gioie e dolori ai miei quotidiani compagni di viaggio?».
Anche se sono immaginari?
«Immaginari un tubo! Fleurange non è solo la prima delle creature che mi ha donato Manuela Contato e che ormai ha preso del tutto possesso del mio studio: è una presenza. Così come Victor è il mio affidabilissimo segretario. Ciò che immaginiamo non è una realtà come lo è il pensiero? Piuttosto, posso rimarcare il concetto, rispondendo alla sua domanda in versi?».
Ci mancherebbe, è lei il poeta.
«Forse non la realtà, l’arte è la mia sola vocazione. Io sono l’attore della mia vita e per rappresentarla il volto mi dipingo. La finzione del vero in parte amica, di sé sola mi nutre e appaga, mentre vivere è un’illusione che affatica».
Quindi si sente attore, oltre a essere acclamato poeta, romanziere, saggista, traduttore ufficiale di Emily Dickinson, insegnante per oltre quarant’anni di una schiera di studenti, molti dei quali famosi (da Roberto Maroni a Gianluigi Paragone, da Aldo Nove a Paola Bonesi)?
«Non sono mai stato un ragazzo, né un uomo maturo, né un vecchio. Sono forse il liocorno dell’arazzo, l’immagine irreale dello specchio».
Ora non divaghi lei tra novenari e endecasillabi...
«Caro amico, non si fermi all’apparenza d’una forma metrica. Anche se non si vede, la risposta c’è. Perché la realtà è altrove, anzi nell’Altrove. Nel territorio dell’immaginario, dell’invisibile, del pensiero. Laddove la leggerezza è il frutto da cogliere. Laddove fiorisce anche la poesia».
La terra dell’eterno femminino?
«Certo non quella spesso arida e quasi sempre irriconoscente del maschile».
A proposito, da Saffo a Spaziani, da Emily Dickinson alle sorelle Brontë, c’è sempre una donna nella sua vita. Così come il richiamo al femminile primordiale: la madre.
«Mia madre Annamaria mi ha aperto alla musica della poesia. Mi recitava versi magnifici quand’ero bambino. Mi ha addestrato al bello, a quelle canzonette d’un tempo che sono all’unisono capolavori di leggerezza e di profondità. Mi ha fatto superare l’angoscia dell’anticonvenzionale. È stata un’eccezionale maestra di vita».
Le ha insegnato ad amare?
«Se intende la predisposizione ad amare, sì. La declinazione dell’amore è invece un’avventura personale, come lo è il talento per la scrittura. Se allude invece all’amore che nidifica, per me è insopportabile anche se talvolta mi manca l’economia quotidiana della coppia. Caspita, ho detto coppia: ecco una parola che mi terrorizza».
L’altra faccia della coppia e non di rado nella coppia, è la solitudine?
«La solitudine sa essere tremenda però c’è un antidoto».
Un’altra Luna?
«Fuochino...».
Per caso un delirio teatrale?
«Facciamo così. Venga martedì al Miv. Lo scoprirà».
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