IL CASO
Abbattuto il faggio ultracentenario del parco Mantegazza
I rami secchi hanno portato alla valutazione sul potenziale pericolo. Per l’agronomo Zanzi la sicurezza è «una motivazione ricorrente quando manca una gestione attenta e continua delle piante mature»
È passata quasi in sordina, senza comunicati né spiegazioni pubbliche, la scomparsa di uno dei più grandi alberi di Varese. Nel parco Mantegazza è stato abbattuto un faggio rosso ultracentenario, una presenza silenziosa che da circa 160 anni faceva parte del paesaggio e della vita del luogo. Un intervento deciso per motivi di sicurezza, ma che ha lasciato dietro di sé un vuoto ben più ampio di quello visibile.
SUI SOCIAL
A riportare attenzione su quella perdita è stato il gesto di Filippa Lagerbäck. L’immagine condivisa sui social mostra la sezione del tronco, aperta come una ferita: gli anelli concentrici raccontano decenni di stagioni, di resistenza e adattamento. «Testimone della nostra storia», ha scritto. Un omaggio che ha il valore di una commemorazione, perché riconosce dignità a ciò che troppo spesso viene liquidato come semplice “verde”.
«BANCA ECOLOGICA»
Quel faggio, spiega Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale, era probabilmente nato attorno al 1880. Le indagini strumentali effettuate già nel 2015 avevano evidenziato alterazioni interne del legno, legate a un processo di regressione lento e progressivo. «Le piante non muoiono mai all’improvviso: entrano in un declino che può durare molti anni», osserva Zanzi. Dal punto di vista biologico la pianta avrebbe potuto vivere ancora almeno 15 anni. Il problema non era la stabilità complessiva dell’albero, ma la presenza di rami secchi interni in un’area frequentata. La sicurezza ha prevalso, come spesso accade, diventando «una motivazione ricorrente quando manca una gestione attenta e continua delle piante mature». Ma un faggio di queste dimensioni non è sostituibile. Durante la sua vita aveva accumulato enormi quantità di carbonio sottraendole all’atmosfera; era «una vera banca ecologica», capace di trattenere ciò che altrimenti sarebbe rimasto nell’ambiente. Per compensarne la perdita, la scienza stima la necessità di 3.028 nuovi alberi. Il suo valore complessivo, tra servizi ecosistemici e pregio ornamentale, superava i 200mila euro. Resta allora una riflessione: l’abbattimento di una pianta ultracentenaria è un evento che riguarda la comunità, al pari della demolizione di edifici simbolici come l’ex Aermacchi o l’ex Traferri. Eppure, questa volta, quasi nessuno ha detto nulla. Forse non per polemica, ma per consapevolezza, un passaggio così avrebbe meritato più informazione, più attenzione e almeno un momento condiviso di memoria.
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