LA STORIA
Autismo e laurea a pieni voti, la vita secondo Giacomo
«Parlare, per me, sarebbe una libertà impagabile»
A 13 anni diceva che «ci sarà un’altra guerra ogni volta che qualcuno lo riterrà vantaggioso». In realtà non lo diceva: lo scriveva. Con gesti lenti, con l’aria assorta, sulla tastiera di un computer componeva il suo pensiero lucidissimo e maturissimo. Era il 2002 quando Prealpinaentrò nel mondo del gallaratese Giacomo De Nuccio, poeta ragazzino al quale intorno ai 4 anni fu diagnosticata la sindrome dell’x-Fragile aggravata dall’autismo. Accettò di fare un’intervista. Lui, che non aveva voce. Che riusciva a digitare il testo solo se la madre Franca poneva una mano rassicurante sulle sue spalle.
È trascorsa una vita da quel giorno: ora Giacomo è un uomo di 36 anni, si è laureato ma ancora combatte contro una disabilità che lo intrappola dentro se stesso. Prealpina gli ha chiesto un’altra intervista. E lui: «Pensa come sarebbe bello se noi due potessimo dialogare l'uno di fronte all'altra senza il terzo incomodo di una tastiera, senza che tu debba desiderare che le mie dita si muovano più veloci affinché i tempi della nostra conversazione non diventino biblici e senza la necessaria presenza di una persona che mi affianchi e sia in grado di farlo. Parlare sarebbe per me, come per tutti, una libertà impagabile». E allora facciamolo “parlare” Giacomo. La sua voce siamo noi.
Sulla guerra la pensi ancora così?
«Sì, da sempre mi interrogo su ciò che spinge l’uomo a intraprendere conflitti che portano morte, sofferenza, distruzione. Sono giunto sempre alla stessa conclusione: la guerra non giova a nessuno ma soddisfa la sete di ricchezza e di potere assoluto di pochi ai quali importa solo di sé».
Hai una laurea triennale e una magistrale in Lingua e Letteratura Italiana all’Università di Pisa: studiare è stato difficile per te?
«L’unica vera difficoltà l’ho incontrata al ginnasio. Il mio impegno e gli ottimi risultati non hanno convinto, anzi hanno alimentato i dubbi di quegli insegnanti che non hanno creduto neanche ai loro occhi. È stato il tempo de “Il trucco c’è ma non si vede” e del “Portatelo fuori!!!” e non sto a spiegarti tutto, troppo doloroso per me, che non godevo neanche della solidarietà dei compagni, ricordare come ero diventato “cattivo” per l’amarezza. La situazione non è migliorata al liceo e ho inutilmente sperato che un altro liceo Classico mi accogliesse: ho perso un anno e ho dedicato l’estate al passaggio ad un altro corso di studi nell’unico istituto che mi ha accettato. Neanche lì è stato tutto rose e fiori con i compagni, ma insegnanti preparati ed empatici e la determinazione da parte mia a conseguire il diploma sono stati la mia forza».
Cosa ricordi dell’esame di maturità?
«L’umiliazione subita da parte della commissione esterna è stata l’ultima: prima ho potuto avere accesso all’esame di maturità solo grazie ai miei insegnanti che si sono battuti per me, poi, pur essendo state le mie risposte corrette ed esaurienti, il mio esame orale mi è valso meno della sufficienza perché non parlo. Si aspettavano un miracolo? Non so, a quel punto non mi importava: i miei 64 crediti bastavano per la promozione e per darmi l’accesso all’Università».
Ma come, diranno i soliti scettici, un autistico che va all’Università?
«All’Università di Pisa non ho incontrato alcuna difficoltà. Sono stato accolto senza pregiudizio, ho studiato in tutta serenità, non ho chiesto né ricevuto umilianti trattamenti di favore e mi sono laureato con la votazione massima. La fiducia, la stima e l’affetto che hanno contraddistinto il rapporto con alcuni dei miei docenti universitari continua ancora e io ne sono onorato».
Di cosa ti stai occupando adesso?
«Prima che scoppiasse la pandemia avevo già iniziato il percorso per la laurea in Lettere Classiche ma, dopo tre anni di clausura gallaratese, mi sono fermato, per svariati motivi non era più ragionevole pensare a un altro impegno quinquennale. Sono tornato a Pisa, dove posso ancora respirare l’aria universitaria. Da allora seguo cicli annuali di seminari di interpretazione testuale per allargare/approfondire le mie conoscenze in campo letterario e cerco di mettere a punto un qualche progettino da troppo tempo chiuso in un cassetto».
I tuoi genitori hanno lottato per non condannarti all’isolamento. Quale consiglio daresti alle famiglie che si sentono abbandonate?
«Secondo l’esperienza della mia famiglia e mia posso solo dire che è importante non chiudersi, confrontarsi, non fermarsi all’apparenza, non arrendersi neanche di fronte a certe diagnosi infauste e definitive. Se parliamo di sindromi genetiche aggravate da autismo come nel mio caso, niente è attualmente risolutivo, ma molto si può fare per restituire dignità a una vita che sembra non possederne e serenità a tutta la famiglia».
Negli ultimi anni la sensibilità verso l’autismo è molto cresciuta: che cosa ne pensi di PizzAut?
«È un progetto fantastico e più fantastico è che Nico Acampora sia riuscito a realizzarlo: sappiamo tutti quali ostacoli insormontabili possano essere la burocrazia e la carenza di risorse economiche. PizzAut intona un canto di speranza».
Quando eri un bambino una psicopedagogista definì i tuoi genitori “narcisisti”, perché credevano nelle tue potenzialità. Ora cosa le diresti?
«Ti dirò di più: la “specialista”, dopo aver affermato che non conosceva la Sindrome X-fragile e che non voleva nemmeno conoscerla, ci lanciò un ultimo strale: “Finirà male, finirà male!”, disse. Non è ancora finita, ma mi piacerebbe farle sapere che la sua profezia da maga con la palla di cristallo non si è ancora avverata e sono passati trent’anni».
Hai scritto libri e vinto concorsi di poesia. Che valore ha avuto per te confrontarti con altri poeti e lettori?
«Altissimo. Ho sempre partecipato ai concorsi senza rivelare la mia condizione per non avere il dubbio di essere stato agevolato o respinto perché disabile. Perciò ho evitato di partecipare una seconda volta ai concorsi in cui sono stato premiato: la mia realtà veniva svelata al ritiro del premio».
Guardando al futuro, quali sfide senti di voler affrontare come persona e come cittadino?
«Come persona e come cittadino continuerò a cercare di migliorare, come da sempre faccio, per non essere un peso per me stesso e per la società. È un percorso non privo di ostacoli che comporta un impegno costante anche per i miei genitori che si prendono amorevole cura di me. È un lavoro giornaliero che mira al superamento di alcuni limiti, duro, ma, per fortuna, senza la pretesa di una utopica normalizzazione».
Qual è il tuo sogno più grande?
«Il sogno che da sempre mi accompagna è quello in cui mi vedo autonomo e capace di usare la voce in modo corretto e fluente. Negli anni le mie dita hanno sempre detto quello che penso, ma non sempre è bastato a sfatare il pregiudizio che si affida all’apparenza, che spaccia per realtà l’ipotesi che chi non parla non pensa, che diede a un “luminare” la libertà di sostenere con sicurezza che io non possiedo alcuna attività di pensiero, a certi insegnanti di credermi un inganno e … l’elenco è lungo. L’autonomia, inoltre, è ancora oltre l’orizzonte perciò, visto che certi limiti possono essere invalicabili, è fortemente probabile che il mio sogno rimanga tale. Quello che è certo è che io non smetterò mai di impegnarmi affinché si avveri».
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