IL PROCESSO
«Saluto fascista? Siamo di sinistra»
Processo agli ultras della Pro Patria: alcuni tifosi hanno smentito la lettura data alla foto col passamontagna
Ieri, giovedì 10 maggio, in aula era atteso Checco Lattuada, il principale imputato del processo agli ultras per una foto che diventò virale. Ma ha deciso di non rendere l’esame, «era già stato interrogato in commissariato», ha spiegato l’avvocato Fausto Moscatelli.
Lattuada non ha più nulla da aggiungere insomma.
A processo è finito con altri sei tifosi per colpa appunto di una foto postata su Facebook: lo scatto ritraeva un gruppo di tigrotti incappucciati, chi intento a fare il saluto a tre dita e chi con il braccio alzato che evoca il saluto romano.
«Una goliardata», si giustificò Lattuada davanti agli agenti del Commissariato.
Ieri è toccato a Carlo Limido, uno dei giovani riconosciuti dalla Digos, raccontare il retroscena della fotografia che valse alla tifoseria biancoblù l’ennesima taccia di militanza nell’estrema destra.
«Non c’era alcun intento politico o partitico in quella foto, il tre era un saluto della Guerra dei Trent’anni o un gesto tipico dell’estrema sinistra degli Anni di Piombo, ma per me che sono cattolico simboleggia anche la Trinità. In molti dipinti Gesù è raffigurato con quel gesto», ha chiarito il trentunenne difeso dall’avvocato Luca Abbiati.
«Non c’era un significato fascista o razzista nella foto, l’abbiamo fatta in un momento di noia tra il primo e il secondo tempo di una partita, quella con il Renate, in cui mancava pure la tifoseria avversaria, perché non ne ha».
Il giudice Valeria Recaneschi ha voluto però approfondire la questione del saluto romano sfoggiato da Checco Lattuada.
«Non basta alzare un braccio per parlare di saluto romano. A tutti capita di essere fotografati nel momento in cui si chiama qualcuno o si indica qualcosa. Capita ai politici e anche al Papa».
Limido ha portato in aula il passamontagna che il gruppo di ultras indossava il 10 gennaio del 2016, periodo in cui Lattuada - allora consigliere comunale di centrodestra - presentò la mozione antiburqa.
«Erano cappelli che avevamo fatto produrre da poco, destinati alla vendita ai tifosi per fare il fondo cassa per le trasferte. Erano neri, poi li facemmo biancoblù. Non avevano alcun significato particolare».
E ha concluso: «Io sono di sinistra, nella tifoseria c’è gente sia di destra sia di sinistra. La foto non era stata fatta per essere pubblicata, io l’ho scoperto il giorno dopo. Se non l’avesse postata Lattuada, che era un personaggio pubblico, non se ne sarebbe accorto nessuno».
Poi in aula ha testimoniato l’autore dello scatto incriminato, Riccardo Scala.
Anche lui ha escluso qualsiasi finalità politica dietro alla foto di quel gelido pomeriggio invernale.
«Sono tifoso da cinquant’anni e sono di estrema sinistra. Con me Lattuada non oserebbe fare gesti fascisti, non entriamo mai in questi argomenti. Se avesse fatto un saluto romano, non avrei scattato la foto».
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