IN CARCERE
Strage di Samarate: Maja chiede del figlio
Il geometra-assassino chiede notizie di Nicolò, rimasto gravemente ferito nella mattanza familiare costata la vita alla moglie e alla figlia
Sono trascorsi tre mesi dalla mattanza ma Alessandro Maja non è ancora pronto per un’introspezione. Ha un’unica domanda: «Come sta Nicolò?». Ma è un interrogativo che si esaurisce subito, perché l’argomento è ancora inaffrontabile per lui. Appena se ne fa cenno, si smarrisce in un pianto disperato. Un movente per l’omicidio della moglie Stefania e della figlia Giulia - Nicolò è sopravvissuto alle martellate sulla testa - non riesce a trovarlo. Lo conferma il suo avvocato, Manuel Gabrielli che il mese scorso ha chiesto al tribunale la nomina di un amministratore di sostegno. «È ancora molto confuso, è seriamente affranto e non trova una spiegazione per ciò che ha fatto. Non sarà un percorso psicologico facile».
LA MATTANZA
Il libero professionista è in carcere. Il 4 maggio, all’alba, mentre la famiglia dormiva, impugnò una mazzetta e dette sfogo a una violenza inaudita. Iniziò dalla moglie, sdraiata sul divano dove si era addormentata la sera prima guardando la televisione. Poi salì al piano superiore, entrò nella camera della figlia sedicenne e aggredì pure lei. La ragazza provò a difendersi, ma la furia del padre era incontenibile. Con quella stessa furia passò poi nella stanza del ventitreenne e infierì con numerosi colpi. Maja lo credeva morto. Non c’era più nessuno da eliminare se non se stesso. Ridiscese in cucina e con un trapano tentò di perforarsi l’addome e a recidersi le vene. Non riuscendoci, cercò di darsi fuoco sui fornelli ma con gli arti in fiamme si precipitò fuori da casa urlando «li ho ammazzati tutti» e tutto il vicinato accorse, mettendolo di fatto in salvo.
NICOLO’ CONSAPEVOLE
Nicolò - che è assistito dall’avvocato Stefano Bettinelli - invece era ancora vivo. Dopo un periodo trascorso in rianimazione ora ha riacquistato le facoltà cognitive, la memoria, la parola. Sa cosa è successo, non conosce i dettagli ma ha la consapevolezza di quel che ha fatto il padre. «Cosa gli succederà?» avrebbe domandato qualche settimana fa senza però approfondire.
IL LAVORO DEGLI INQUIRENTI
Gli inquirenti da tre mesi scandagliano la vita personale e professionale del geometra che si presentava come architetto, ma finora non sono emerse possibili cause scatenanti. Dall’inizio dell’anno l’umore dell’indagato si era fatto molto tetro, non mangiava, non dormiva. Ma non si confidava con nessuno, in famiglia si limitava a prospettare difficoltà economiche non meglio precisate che al momento non sono ancora state documentate.
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