LA STORIA
Gallarate, cinque amici e la filiera della seta bio
Un anno fa hanno messo a dimora mille gelsi non distante dalla Boschina
Hanno scelto un ritorno alle origini anche nel nome: hanno deciso di chiamare la società che hanno fondato Mooroon, come si chiamano i gelsi in dialetto. Lo scorso autunno cinque gallaratesi tra i 30 e i 47 anni hanno piantato mille piante di gelso su un terreno di via per Besnate, non molto lontano dalla Boschina. Ora, dopo l’estate dei record per scarsità di pioggia e calura, le talee messe a dimora sono diventate alberi alti oltre un metro e mezzo e, se tutto proseguirà come è andato sinora, il quintetto gallaratese potrebbe arrivare da qui ad un paio d’anni alla produzione di foglie necessaria per avviare un allevamento di bachi da seta che inserirà Gallarate nella filiera nazionale della seta cento per cento italiana, bio.
IL SOGNO CHE UNISCE GALLARATE E LA CALABRIA
L’obiettivo è mettere sul mercato il bozzolo fresco da avviare alla catena di produzione di materiale per il settore medico e specialistico. Ma soprattutto in via per Besnate c’è la voglia di un “rilancio culturale” della tradizione. Un sogno che unisce Gallarate con la Calabria, dove nel 2014 un’altra figlia della città dei due galli, Miriam Pugliese, ha avviato una società con cui ha ridato vita ad un antico gelseto abbandonato di proprietà del Comune di San Floro. E proprio dalla giovane ex concittadina, in piena pandemia, i neo-agricoltori sono andati ad imparare i primi rudimenti di bachicoltura necessari per avviare il loro progetto.
SALUTE MENTALE
I giovani che nell’ultimo periodo hanno avviato qualche primo esperimento di allevamento dei bachi da seta - oltre all’accudimento delle piante - sono Flavio Braga, Cesare Coppe, Stefano Gaiarsa, Luca Moroni ed Ester Praderio. Di mestiere fanno tutto fuorché gli agricoltori: lei è restauratrice, gli altri dal lunedì al venerdì sono impegnati chi in ambito economico, chi in quello elettronico o elettrico. Nel 2019 l’idea: perché non recuperare alcuni terreni di fatto abbandonati per avviare un’operazione agricola e al tempo stesso culturale? «La gente all’inizio pensava volessimo dedicarci a mirtilli perché è più semplice rientrare dell’investimento», ricordano i ragazzi. Loro invece avevano in mente altro. Nel 2020 la trasferta in Calabria per seguire un seminario organizzato dalla giovane Miriam Pugliese, cresciuta a Gallarate e poi tornata nel paese d’origine della famiglia, e la decisione di partire sul serio a due passi dalla Boschina. «Abbiamo parlato con i nostri familiari e abbiamo comprato alcuni terreni», spiegano i cinque. Il passo successivo è stata la piantumazione con l’aiuto di alcuni amici di mille piantine di quattro diverse varietà di gelsi (una di morus nigra e tre varietà di morus alba «per garantire una maturazione differenziata della foglia», spiegano). Come mai questa follia? «Passione», rispondono senza esitazione. «E salute mentale», aggiungono. Perché dopo una settimana in ufficio, mettersi il sabato e la domenica ad innaffiare le piante o strappare l’erba ha il sapore della possibilità di riappropriarsi dei propri tempi.
TRADIZIONE
Quella che sta rinascendo in via Per Besnate è una tradizione che un tempo era radicatissima nel nostro territorio e che, in realtà, ancora oggi lascia numerose tracce, a saperle riconoscere. Le ricerche compiute dai cinque gallaratesi hanno fatto emergere che a metà del ‘700 il Catasto Teresiano censiva «nella sola Crenna 1.392 piante di gelso». L’occhio allenato dei neo-agricoltori ha permesso oggi di individuare a Gallarate e nei dintorni, oltre alle loro piante, almeno una settantina di esemplari che ancora resistono qua e là in aree libere o in giardini privati. «Una volta i gelsi venivano piantati anche per indicare i confini tra le proprietà, per questo a volte si trova qualche esemplare isolato», ricorda Ester Praderio. Il recupero culturale di cui parlano i ragazzi sta proprio in questo: rimettere al centro una pratica che riporta alla luce tutta una serie di esperienze e conoscenze. «In futuro – spiega Cesare Coppe – ci piacerebbe organizzare visite guidate per le scuole».
SICCITA’
Intanto, in attesa che gli alberi siano grandi a sufficienza da offrire cibo per un numero ragionevole di bachi per avviare un allevamento, c’è da lavorare. Questa pazza estate non ha facilitato le cose. «Veniamo il sabato e la domenica – raccontano i ragazzi –. Abbiamo resistito fino a febbraio senza impianto di irrigazione». Poi ne è stato installato uno a goccia, con abbinati tutti gli accorgimenti possibili per limitare i consumi, ed è stata la salvezza quando la pioggia ha deciso di non cadere. «Siamo sempre attaccati alle previsioni», dicono i cinque.
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