IL DESERTO ATTORNO AI BINARI
Una notte in stazione, rifugio inospitale per pochi
Il viaggio notturno nella stazione di Gallarate e il dibattito sulla possibile chiusura notturna: «Questo posto non è mai sicuro»
Dopo i vandalismi il dibattito sull’eventualità di chiuderla di notte. Ma la stazione ferroviaria di Gallarate è davvero così insicura? E cosa succede nelle ore notturne, quando tutto di ferma? C’è qualcuno che la popola? Siamo andati a scoprirlo di persona. E abbiano incontrato Anmol, un giovanotto indiano con la passione per la scrittura. Sabato sera è arrivato alla stazione Fs di Gallarate di rientro dal lavoro attorno a mezzanotte e mezza, più o meno quando era in partenza uno degli ultimi bus che per tutto il fine settimana hanno sostituito i treni. Si sposta in bici Anmol, ma usa il sottopasso della stazione per accorciare la strada. «Se è sicuro questo posto? Non lo è, né di giorno né di notte», dice in inglese. «A me due persone hanno rubato il telefono, una sera verso le sette, e anche se c’erano tante persone nessuno è intervenuto per aiutarmi. Sarà successo un mese e mezzo fa».
Chiudere o non chiudere?
Anmol è stato il primo che abbiamo incontrato – nella notte tra sabato e ieri – davanti a una delle porte dello scalo di piazza Giovanni XXIII mandate in frantumi dai vandali prima di Natale. Chiudere o non chiudere la stazione di notte, una volta passato l’ultimo treno: è questa la domanda entrata nel dibattito pubblico dopo gli ultimi vandalismi. Ma com’è davvero la stazione di Gallarate a notte fonda? Blindare le porte è davvero la soluzione? Siamo andati a vedere e, salutato Anmol, l’ultimo dei lavoratori di passaggio l’altra notte, ecco quello che abbiamo trovato.
L’albergo costa troppo
Nella saletta di sopra, al livello del primo binario, ci sono due persone. Una, distesa sulle sedie e avvolta da una coperta, che di lì a poco sparisce. L’altra è un uomo dal leggero accento straniero. Attende che sia la giornalista ad attaccare discorso. «Non volevo spaventarti», la sua presentazione. Racconta che viene da Varese, dove lavora, ma le cose con la moglie non si sono messe bene e sta cercando un posto dove stare. «È la prima notte che vengo qui, ho provato da un parente, ma non posso restare e l’albergo costa troppo». Di lì a qualche ora se ne andrà anche lui e non gli si può dare torto, visto che neppure si può andare in bagno, dopo le 21. Che qualcuno continui a usare la zona come rifugio lo suggeriscono però un paio di scarpe ben disposte all’ingresso della costruzione a forma di torre verso i depositi. La porta è aperta, però non entriamo. Chissà se l’uomo spuntato verso le 4 al primo binario arriva da lì? Parla italiano solo per dire «bella, vuoi caffè? Sopra più caldo, giù più freddo». Ci segue per un po’, ma appena attacchiamo bottone con due sfortunati signori costretti a pernottare in stazione perché sugli autobus le loro biciclette non si possono portare, lui molla il colpo senza insistere. E noi proseguiamo il nostro giro.
L’articolo completo sulla Prealpina di lunedì 12 gennaio, in edicola e in edizione digitale
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