IN APPELLO
«In 30 secondi poteva dire no»: il processo torna in aula
Donna sarà sentita nell’appello bis. Cassazione annullò l’assoluzione
È iniziato - ed è stato poi rinviato al 13 febbraio - in Corte d’appello a Milano il secondo grado bis a carico di un ex sindacalista, che lavorava all’aeroporto di Malpensa, imputato per abusi su una hostess. Caso che aveva provocato polemiche perché con due sentenze il 48enne era stato assolto perché, scrivevano i giudici, la donna in “30 secondi” avrebbe potuto opporsi. Poi, la Cassazione ha annullato con rinvio l’ultimo verdetto per un nuovo processo, dopo il ricorso della Procura generale milanese.
Oggi la Corte della seconda penale (giudici Manzi-Rinaldi-Fasano) ha disposto una rinnovazione del processo al 13 febbraio per risentire in aula la donna, parte civile e che sarà ascoltata nella prossima udienza a febbraio. Il “ritardo nella reazione” della “vittima“, ovvero “nella manifestazione del dissenso“, ha scritto la Cassazione motivando l’annullamento con rinvio dell’assoluzione deciso nel febbraio 2025, è “irrilevante” per la “configurazione della violenza sessuale.” E su questo aspetto “la giurisprudenza è netta“, perché la “sorpresa” di fronte all’abuso “può essere tale da superare” la “contraria volontà“, ponendo chi subisce nella “impossibilità di difendersi”.
Secondo la Corte d’Appello di Milano, che aveva confermato il verdetto del Tribunale di Busto Arsizio del 2022, quei comportamenti dell’imputato, che i pm contestavano come abusi sessuali, non erano stati tali “da porre la persona offesa in una situazione di assoluta impossibilità di sottrarsi alla condotta”. Condotta che, sostenevano i giudici, “non ha (senz’altro) vanificato ogni possibile reazione della parte offesa, essendosi protratta per una finestra temporale“, ossia “20-30 secondi“, che “le avrebbe consentito anche di potersi dileguare”.
Per la Cassazione, invece, che aveva accolto il ricorso del sostituto pg Angelo Renna, «è chiaro» che la hostess (rappresentata dal legale Gionata Bonuccelli), che si era recata nel 2018 dall’allora sindacalista «per esporre un problema di lavoro (...) era rimasta del tutto disorientata e sguarnita rispetto ai comportamenti dell’uomo».
LE PAROLE DEL LEGALE
«Entrambe le decisioni di merito non hanno fatto buon governo dei consolidati principi affermati dalla giurisprudenza in materia di violenza sessuale, con riferimento alla specifica ipotesi della condotta del gesto repentino o insidioso - ha affermato l’avvocato in una nota -. È pacifico in giurisprudenza che la condotta vietata dall'articolo 609-bis ricomprende, oltre a ogni forma di congiunzione, qualsiasi atto che, risolvendosi in un contatto corporeo, ancorché fugace ed estemporaneo, tra soggetto attivo e soggetto passivo, ovvero in un coinvolgimento della corporeità sessuale di quest'ultimo, sia idoneo e finalizzato a porne in pericolo la libera autodeterminazione della sfera sessuale».
«È stato precisato e ribadito in numerose occasioni - ha aggiunto - che per la consumazione del reato è sufficiente che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene), essendo indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata, che la vittima sia riuscita a sottrarsi all'azione dell'aggressore o che quest'ultimo consegua la soddisfazione erotica».
IL COMMENTO DELLA PARLAMENTARE M5S
Questo processo si celebra nel momento in cui è in corso un dibattito accesissimo sulla modifica della legge sulla violenza sessuale. «La legge sul consenso esplicito non è più rinviabile: Meloni non sia ipocrita»: questo il commento della deputata M5s Valentina Barzotti. « Sono passati oltre otto anni dalla denuncia e la giustizia continua a restare sospesa, mentre la vittima è costretta a rivivere all’infinito quanto subito - prosegue -. Questo processo non è solo una vicenda giudiziaria: è il risultato diretto di ambiguità normative che il legislatore continua a non voler affrontare. È la dimostrazione concreta di quanto sia urgente una legge sul consenso esplicito, capace di eliminare ogni zona grigia e di impedire che la responsabilità venga sistematicamente ribaltata sulle vittime». Eppure - prosegue la parlamentare - mentre casi come questo «si trascinano per anni, il Governo Meloni sceglie l’ipocrisia. La proposta di legge sul consenso esplicito, annunciata, votata alla Camera è stata poi stravolta in Senato. Un passo indietro grave, che smentisce la retorica sulla tutela delle donne e rivela tutta l’incoerenza di un esecutivo che preferisce non affrontare resistenze culturali e politiche. Giorgia Meloni non può continuare a parlare di rispetto e sicurezza mentre il suo Governo lascia le donne sole davanti a processi interminabili e a norme inadeguate. Senza una definizione chiara di consenso, la giustizia resta incerta e le vittime continuano a pagare il prezzo più alto. La legge sul consenso esplicito non è più rinviabile. Ogni esitazione del Governo è una responsabilità politica precisa».
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