NONA PUNTATA
La disaffezione per i diritti è storica
Il professor Fulvio Cammarano, professore di Storia contemporanea a Bologna: «Gli italiani non hanno mai creduto nella rilevanza dei diritti politici e individuali»
L’astensionismo è nel Dna degli italiani? La risposta è no, ma la disaffezione al voto affonda le sue radici nella storia del Paese. A parlarne è Fulvio Cammarano, professore ordinario di Storia contemporanea all'Università di Bologna.
Non c’è astensionismo senza voto e non c’è voto senza democrazia. Innanzitutto, le chiedo se storicamente una frase del genere sta in piedi.
«Può stare in piedi se alla parola democrazia aggiungiamo il termine liberale. Non c'è democrazia liberale senza voto».
L’attuale democrazia, però, regge anche con numeri sempre minori di votanti…
«Certo, non essendoci il voto obbligatorio come in altri Paesi, chi sceglie di non andare alle urne delega gli altri a decidere per lui. In questo senso l'astensionismo è una scelta che rientra nella libertà del cittadino».
Qual è l’elemento che ha avuto il maggiore ruolo per stimolare il voto?
«Il meccanismo chiave è la presenza dei partiti politici. Sono loro il grande mediatore che permette di portare alle urne milioni di persone per ideologie e appartenenze sociali e culturali. Infatti, non è un caso che nel 1992 sia iniziato il riflusso».
Cos’è cambiato dopo Tangentopoli?
«La fine dei grandi partiti ha chiuso la stagione che li rendeva veicolo di identità. Di fronte agli scandali e alla conclusione della guerra fredda, non si è più creduto nel fatto che i diritti abbiano un senso a prescindere da tutto. Negli anni ‘90, e ancora di più all'inizio del ventunesimo secolo, c’è stata una crisi della rappresentanza come valore. Mi spiego, quando si andava a votare in massa si era convinti che quel gesto avrebbe influito. Ritirandosi quei partiti, ci si è detti: “Votare non è più così importante”».
La perdita di fiducia nella rappresentanza è legata a questioni di principio o a esigenze materiali?
«Forse più ad aspetti materiali, per quanto benessere e voto non siano strettamente collegati. L’interesse verso i diritti come principio non si è registrato se non in fiammate, come nel 1968. La politica non era l’interesse principale, ma lo strumento attraverso cui si potevano migliorare le condizioni materiali. In generale, gli italiani non pensano in termini di diritti politici, sociali e individuali. Un sintomo di questo disinteresse si rintraccia nei programmi politici dei partiti dal dopoguerra a oggi: la parola diritti compare solo marginalmente».
Quali sono le motivazioni di questo disinteresse?
«A mio avviso, gli italiani, per il modo in cui è nata l'Italia, non hanno mai creduto veramente all'importanza dei diritti politici e individuali. La nazione è sorta con l'impegno di una élite. Le basi della popolazione hanno ritenuto l'Unità come un vantaggio per le condizioni materiali che avrebbero potuto raggiungere. Pochissimi sono scesi fisicamente in piazza per reclamare il voto, che è stato ottenuto attraverso elargizioni dall'alto. Per i diritti non c'è quella effervescenza che invece troviamo quando gli italiani scendono in piazza per pretendere migliori condizioni di vita e di salario».
C’è una giustificazione storica?
«La scarsa sensibilità verso il tema dei diritti è una costante dell'Italia. Nel 1912, quando Giolitti introdusse il suffragio universale maschile, nessuno glielo chiese. Così come nel dopoguerra il voto venne esteso a tutti perché faceva parte del programma politico dei vincitori, non perché qualcuno l'avesse preteso».
Quali sono i rischi di questo distacco?
«Il fatto che maturi l'idea secondo la quale i diritti vengono conquistati una volta per tutte, senza che si debba continuamente combattere per mantenerli. Questo sfocia, per esempio, nella paura del fascismo che spesso si registra in Italia. Il timore nasce perché abbiamo la consapevolezza che manchino gli anticorpi all’autoritarismo: se non si è interessati ai diritti, quando arriva qualcuno che li toglie non si producono reazioni. Chi sceglie di non andare alle urne perché lo trova inutile ai fini della vita materiale di tutti i giorni rischia di accettare promesse di benessere in cambio di indifferenza verso la gestione del potere, che così può diventare autoritaria».
Qual è, dunque, il ruolo dei politici in questo scenario?
«I politici vogliono essere rieletti, non sono interessati al numero di votanti, purché raggiungano la maggioranza. La percentuale di voto non modifica nulla per loro. Nessuno si preoccupa che l'astensione cresce».
Invece, il mondo della comunicazione influisce sul voto?
«L’impressione è che i social network siano diventati una rete informativa molto influente. Credo che oggi siano il mezzo principale con cui la gente si accultura politicamente e assorbe la diffidenza verso la politica».
La stampa ha la stessa influenza?
«Penso che la stampa in quanto tale non abbia più un grande peso nel determinare le scelte di voto. Per quanto riguarda il suo legame con l’astensionismo, non spinge consapevolmente al non voto, ma lo favorisce nel momento in cui presenta il quadro politico come degenerato. Spesso si comunicano notizie politiche in un modo che disincentiva l'idea di partecipazione. Accumulando un immaginario di scandalo e corruzione, la voglia di andare a votare di certo non aumenta».
Se le notizie, però, sono quelle di un quadro politico degenerato, la stampa come può agire?
«Si potrebbe fare una sorta di patto tra gli editori per limitare la nascita del disgusto. Il punto chiave non è non dare la cattiva notizia, ma il modo in cui darla. Se questa è il commissariamento di un Comune per mafia, va data, ma nell’articolo non posso lasciar trasparire l'idea che la situazione sia irrecuperabile ovunque. Se si ribadisce l’idea del “magna magna”, non solo non si spegne l'infiammazione dell'astensionismo, ma la si accresce. Si deve circostanziare, non generalizzare. Oggi secondo me i mezzi di informazione non favoriscono questo o quel partito ma, volutamente o meno, fanno propaganda a favore dell'astensione».
Si potrebbe dire che la disaffezione per i diritti affligge anche la stampa?
«Sì, assolutamente. Se la stampa vuole assumersi le proprie responsabilità, deve limitarsi a dare la notizia. E questo per preservare l’Italia, che ha di per sé meno anticorpi per resistere a ondate che vogliano sottrarre i diritti. Per proteggersi la società civile dovrebbe mettere in moto circuiti interni di attenzione e sensibilità verso quei diritti che, una volta persi, sono faticosi da riconquistare. Io credo che non esercitare il voto produca un allentamento di questa attenzione».
La nona puntata dell’inchiesta “Voto Perduto” sulla Prealpina di sabato 7 marzo in edicola e disponibile anche in edizione digitale.
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